Premessina: rinnovo le mie preci ai distributori italiani affinchè capiscano che non possono più permettersi né di attendere un anno o più per far passare un film nel nostro paese né di tenere un film in sala una settimana. Perchè la gente, anche partendo dalla migliore disposizione d’animo, poi si rompe le palle e si scarica i film.
Capita sempre che, dopo periodi di mortorio totale, al cinema appaiano all’improvviso decine di film interessanti, tutti insieme. Il che prova o che ho dei gusti non previsti dai cervelloni della distribuzione o che i suddetti cervelloni potrebbero dedicarsi all’ornitologia con maggiore successo. In ogni caso, i due film che puntavo da mesi sono riuscita in un modo o nell’altro a vederli e sto parlando di Hysteria e Albert Nobbs. Un debole filo conduttore si può trovare: l’ambientazione alla fine dell’Ottocento (anche se uno è ambientato a Londra e l’altro in Irlanda), la tematica sessuale (strombazzata con gioia in Hysteria e molto sommessa in Nobbs) e soprattutto il fatto di parlare della condizione della donna in un passato tutt’altro che remoto. Visto che si avvicina l’Otto Marzo e io quel giorno m’incazzo sempre, mi pare il caso di spendere due parole sull’uno e sull’altro film.
Essere donne oggi vuol dire convivere con molte e diffuse sacche di arretratezza mentale, spesso incoraggiate e protratte dalle donne stesse, ma se già questo mi pare insostenibile, credo proprio che nell’Ottocento mi avrebbero diagnosticato un bel caso di isteria femminile per le mie irrequietezze e la fastidiosa tendenza ad avere opinioni, mi avrebbero sbattuta dentro qualche manicomio e magari mi sarebbe toccata una bella isterectomia terapeutica. E chi non sarebbe risultata isterica, in una società che teneva giù le donne peggio che schiave e negava loro tanto la possibilità di una vita indipendente quanto elementari facoltà come la possibilità di avere un orgasmo come gli uomini?
Questa diagnosi immaginaria che copriva più o meno qualunque sintomo fisico o comportamentale fu spalmata con liberalità addosso a migliaia di donne ed ebbe nella seconda metà dell’Ottocento il suo picco assoluto, per poi declinare parallelamente ai progressi di medicina e psicologia ed essere abbandonata definitivamente solo negli anni ’50 del Novecento, praticamente ieri.

Hysteria è la storia dei miei nonni
A mio avviso Hysteria parla soprattutto di questo, pur proponendosi come storia romanzata dell’invenzione del vibratore elettrico nel quadro di una commedia romantica divertente e godibilissima. La tematica latente sui diritti della donna e il femminismo, più che appesantire la storia, le dà maggiore solidità e crea anche qualche breve momento per versare due lacrimucce. Secondo questa narrazione degli eventi, liberamente manipolata (no pun intended), il giovane dottor Granville è un medico idealista che vuole disperatamente rendersi utile all’umanità e al tempo stesso sbarcare il lunario. Licenziato per la sua buffa fede nella teoria dei germi, allora un’avanguardia ancora oggetto di dibattiti e ridicolizzazioni, trova per caso lavoro in uno studio medico che si occupa del trattamento dell’isteria femminile delle sue ricche clienti con la tediosa e stancante pratica del massaggio vaginale e il raggiungimento di “parossismi isterici” per sedare le ansie, le voglie e gli altri sintomi delle signore. Il tutto senza considerare la pratica “sessuale” nemmeno in senso lato e senza collegare i puntini tra “parossismo” e “orgasmo”.
Il talento manuale del dottor Granville viene compromesso dall’uso e da una fastidiosa infiammazione, che gli fa perdere il posto e il fidanzamento con la figlia-del-dottore docile e perfettina. Per recuperare il suo futuro, inizia a ingegnarsi con le diavolerie del suo ricco amicone amante della tecnologia (Rupert Everett, anche se è così gonfio che l’ho riconosciuto solo nei titoli di coda) sino a inventare, a partire da un motore per spolverino elettrico, il prototipo dell’invenzione rivoluzionaria che fu tra le prime distribuite al grande pubblico con il diffondersi dell’elettricità domestica, affrancandosi dal ridicolo frame di pratica medica da svolgersi in studio e abbracciando nei decenni, in modi sempre meno velati, la sua natura di strumento di piacere sessuale. Il vibratore arrivò nelle case prima dell’aspirapolvere e prima del ferro da stiro, alla faccia dei doveri domestici delle brave femmine devote alla casa, e la sigla finale è una deliziosa cronistoria dei modelli di vibratore di maggior successo dai primi allarmanti catafalchi che mai avrei remotamente avvicinato al mio corpo sino ai modelli di design di maggiore successo commerciale, come l’onnipresente coniglietto di cui, per dire, possiede un esemplare persino la sottoscritta, tra i tanti.

Il collaudo
La prodigiosa invenzione fa recuperare a Granville il suo status e la fidanzatina, anche se ben presto si accorge di voler fare all’ammore con l’altra figlia del dottore, Maggie Gyllenhaal, una testa calda che si fa beffa delle aspettative della società/del padre e gestisce una casa per poveri da sola, infilandosi in ogni sorta di guaio. E’ durante l’appassionato discorso con cui la ragazza si difende in tribunale che la diagnosi di isteria, proposta come scusante per evitarle il carcere, viene screditata come una fantasticheria inventata da uomini che hanno troppo poco interesse a capire le donne. E lì, ammetto, mi sono scese una lacrimuccia dall’occhio destro e una dall’occhio sinistro, le uniche in un’ora e mezzo di continue risatine sotto i baffi che culminano in una scena finale tanto palesemente immaginata quanto esilerante. Una menzione speciale va anche alla scena del collaudo in studio, con tanto di occhialoni protettivi.
Ho letto che Glenn Close ha cercato per almeno trent’anni di far diventare Albert Nobbs un film, a partire dalla novella e successivamente dalla produzione teatrale che la vide coinvolta nei lontani anni ’80. Dopo aver visto il film e aver cercato brevemente una corda per impiccarmi immediatamente, non posso dire di aver chiare le ragioni della sua passione per questa storia amara amara che disdegna ogni possibile scappatoia per alleggerire il tono e diventare commedia e resta invece un dramma scuro e triste su una donna che sfugge la sua condizione di vittima senza speranze travestendosi da uomo e trascorrendo tutta la vita a servire ricchi clienti debosciati di un hotel irlandese (tra cui un Jonathan Rhys Meyers un po’ gonfio e stempiato, completamente random). Nobbs conosce per caso un’altra donna travestita che la incoraggia a perseguire il sogno di aprire un’attività tutta sua con i soldi risparmiati sanguinosamente e, perchè no, di trovarsi pure una mogliettina… ed è lì che, come dicono i critici raffinati, comincia ad andare tutto in merda. Albert rimane coinvolta in un triangolo amoroso con due giovani stronzetti (lui l’ Aaron Johnson di Kick-Ass, lei la Mia Wasikowska che ho adorato in Jane Eyre) che vorrebbero solo spremerle soldi per poter fuggire in America e la vita della povera Albert non conosce alcun riscatto e nessuna felicità che non sia quel focolare domestico soltanto immaginato quando sogna a occhi aperti di convolare a nozze. Non so se il finale della storia sia in assoluto il peggiore che si potesse trovare, ma anche se non lo è ci arriva dannatamente vicino: se nasci donna e povera, sei fottuta.
Noto anche su altri blog il parere condiviso che l’interpretazione da Nomination di Glenn Close la faccia assomigliare sinistramente a C3PO: quando più di una persona arriva a fare un collegamento del genere, vuol dire che un fondo di realtà c’è. Nonostante quest’ilare somiglianza, vi perdonerò se non vi fionderete al cinema, tanto più che qui a Genova l’hanno tolto in fretta e furia per mungere la money-cow The Iron Lady con Meryl Streep fresca di Oscar. Sarò meno clemente se vi farete scappare Hysteria, anche se alla proiezione potrà capitarvi di sentire commentini imbarazzati simili a quelli che ho sentito io in sala, che mi hanno fatta sentire nell’Ottocento e denotano ancora tanta avvilente ignoranza in materia di sessualità femminile, più che mai paradossale e surreale in quest’era di pornografia prêt-à-porter.
La pazienza è virtù femminile limata da secoli di allenamento e potrete usarla per godervi uno dei film più carini di questa stagione. Tanto per le incazzature controllate abbiamo il nostro giorno dedicato, no?
p.s. un plauso, una volta tanto, per aver mantenuto i titoli originali. Hysteria avrebbe avuto un potenziale devastante in quanto a fantasiose traduzioni del titolo e non voglio nemmeno pensarci. Per il momento i tedeschi si collocano sul podio della laidezza con “In guten händen”, cioè “in buone mani”, mentre i russi hanno concepito questo poster atroce photoshoppato da un quattrenne.


mi ha molto fatto ridere l’ultimo commento sui titoli originali e sarei curiosa di sapere che tipo di commenti ha sentito in sala…per ridere ancora un po’. un saluto.
^_^ chissà perchè anni di GdR e videogiochi steampunk , un vibratore dell’era vittoriana lo immagino a vapore ^_^
I commenti erano del genere mezzo schifato mezzo imbarazzato che denota attitudini pre-adolescenziali verso il sesso. Il che se sei un pre-adolescente va anche bene. Ma a 30 anni comincia ad essere un po’ “eh” …