
Vuoi l’inverno che non ha capito che è tardi, vuoi il fatto che la mia esistenza in certi periodi regredisce allo stato larvale, ma sono mesi che non faccio passi avanti con nulla. Se non sul tapis roulant, chiaro.
Già, quanto si deve correre e quanto si deve sudare per restare soltanto fermi.
Quante successioni di sveglie alle 7 accompagnate da brevi desideri di morte, tragitti sempre uguali sotto la pioggia, le sfighe dei clienti che ti si appiccicano addosso come i loro aliti fognacei, le inumane aspettative della direzione che ti fanno sentire sub-prime peggio di un mutuo e l’idea che, essendo come sempre tanto tanto fortunata col tuo posto fisso, questa sarà la tua vita per ancora molto tempo e che se dovessi mai pensare di cambiarla un’orrenda pioggia di buoni consigli ti cadrebbe addosso per dissuaderti.
Chiariamoci, non sarà mai orrido come ai tempi del capo col SUV che aveva sempre ragione e non sarà mai avvilente come una miriade di altri lavori in quel brutto mondo che c’è là fuori, ma ancora non sembro aver trovato la ricetta miracolosa per scindere il mio tempo dovuto al lavoro dal tempo personale del divertimento, delle speranze, dei progetti, delle emozioni. Tutte voci al momento latitanti, mentre il rat race si porta via la parte migliore della giornata e del mio cervello facendomi sentire un automa programmato per lavorare e riposarmi dal lavoro e lavorare e riposarmi dal lavoro. Una piccola sfera di risentimento e noia facilmente irritabile e desiderosa di una fuga dalla mia stessa testa, dal fetente senso di “aspetta ma questa non sono io” che fa cucù a giorni alterni. Mi trovo a pensare a quei due o tre concerti estivi a cui andrò come a momenti salvifici da attendere con ansia e alle ferie come quelle settimane magiche in cui non solo rivedrò mia mamma, ma anche la vera sottoscritta.
Spesso mi chiedo quale strana magia mi abbia catapultata avanti di sei anni dal mio primo giorno di lavoro e non ho idea di come procederò sino alla prima data utile per la pensione. Se volete farvi due risate, è il 2048, l’ho letto tre giorni fa sul mio prospetto. Mi hanno tolto tutto il mistero. Senza nemmeno due preliminari verbali, una ditata di lubrificante, niente.
2048. SBAM.
Ogni volta che lo dico o lo scrivo c’è in testa un immediato effetto Frau Blücher misto al tema di X-Files.
Se ci penso ancora un po’ mi sa che non ci arrivo mica. Facendo due veloci calcoli, inoltre, per metterlo in quel posto al mio fondo pensione dovrò mettercela tutta per tirare la pellaccia almeno almeno sino a 92 anni, il che mi impone ancora 62 lunghi anni in mia compagnia, una manciata di più se voglio veramente fare uno stick it to the man da leoni e criccare trollando a regola d’arte.
Sarebbe un bel momento per avere amici nuovi, per confrontarsi con punti di vista freschi, per cercare di sentirsi di nuovo come qualcosa di nuovo e da esplorare e provare lo stesso per il prossimo. Poco mi aiuta il fatto di trovare la maggior parte delle persone che capitano a tiro nella vita reale tossicamente dissimili da me quando non direttamente insulsi o comunque persi in una costellazione di interessi, valori e linguaggi che non ho alcun desiderio di capire. Là fuori c’è gente che sta imparando ora cos’è un meme (solo se tradotto in italiano, ovviamente). C’è gente che ascolta Vasco. C’è gente che vota Grillo con convizione. Che sa chi sono quelle persone sulle copertine delle riviste nelle sale d’attesa. Gente che evade allegramente le tasse senza smettere di inveire contro la Kasta e senza capire di fare parte dello stesso marciume che condanna. Gente che davvero dà importanza alla marca dei vestiti e delle auto. Gente che cambia foto di profilo ogni due giorni, che fotografa ogni piatto di cibo che mangia per condividerlo con tutti. C’è ogni possibile sfumatura di indesiderabile e di incompatibile, su tutti i livelli di gravità.
Più cerco più mi imbatto in persone che si trovano a breve distanza dal semi-analfabetismo (10 anni a parassitare da universitari fighetti e ancora non sapete quando mettere l’apostrofo a “un”? Srsly), con una patologica mancanza di curiosità per il mondo – per me una carenza criminale in un’era con così tanto potenziale informativo – e sensi dell’umorismo sottosviluppati. Ed eccoli anche che si aggirano online: di tutte le cose che ho scritto qui, molte delle quali erano cose a cui tenevo, mi si continua a trovare cercando “depilazione intima creativa” e sul Tumblr, invece, sono stata raggiunta quasi invariabilmente da individui alla ricerca della formula per la fleshlight fatta in casa [sinchè non ho posto fine al trend eliminando il malcapitato post in questione].
Non ho ancora perso la fiducia nel fatto che la vita mi riservi amici e amiche nuove che mi facciano vedere il mondo sotto una lente migliore, ma certo dovrò cercare ancora una volta di mollare gli ormeggi e nuotare fuori dalla mia comfort zone: le persone ragionevolmente compatibili con me solitamente stanno nascoste sotto i sassi e a volte al loro posto ci sono solo serpenti. Che ti devo dire, blog caro, ti sei beccato una bella secchiata di merda-sfogo vecchio stile. Prendilo come un regalo tardivo per i sei anni che non ho festeggiato. E buona notte.







