comfort zone

Vuoi l’inverno che non ha capito che è tardi, vuoi il fatto che la mia esistenza in certi periodi regredisce allo stato larvale, ma sono mesi che non faccio passi avanti con nulla. Se non sul tapis roulant, chiaro.

Già, quanto si deve correre e quanto si deve sudare per restare soltanto fermi.
Quante successioni di sveglie alle 7 accompagnate da brevi desideri di morte, tragitti sempre uguali sotto la pioggia, le sfighe dei clienti che ti si appiccicano addosso come i loro aliti fognacei, le inumane aspettative della direzione che ti fanno sentire sub-prime peggio di un mutuo e l’idea che, essendo come sempre tanto tanto fortunata col tuo posto fisso, questa sarà la tua vita per ancora molto tempo e che se dovessi mai pensare di cambiarla un’orrenda pioggia di buoni consigli ti cadrebbe addosso per dissuaderti.

Chiariamoci, non sarà mai orrido come ai tempi del capo col SUV che aveva sempre ragione e non sarà mai avvilente come una miriade di altri lavori in quel brutto mondo che c’è là fuori, ma ancora non sembro aver trovato la ricetta miracolosa per scindere il mio tempo dovuto al lavoro dal tempo personale del divertimento, delle speranze, dei progetti, delle emozioni. Tutte voci al momento latitanti, mentre il rat race si porta via la parte migliore della giornata e del mio cervello facendomi sentire un automa programmato per lavorare e riposarmi dal lavoro e lavorare e riposarmi dal lavoro. Una piccola sfera di risentimento e noia facilmente irritabile e desiderosa di una fuga dalla mia stessa testa, dal fetente senso di “aspetta ma questa non sono io” che fa cucù a giorni alterni. Mi trovo a pensare a quei due o tre concerti estivi a cui andrò come a momenti salvifici da attendere con ansia e alle ferie come quelle settimane magiche in cui non solo rivedrò mia mamma, ma anche la vera sottoscritta.

Spesso mi chiedo quale strana magia mi abbia catapultata avanti di sei anni dal mio primo giorno di lavoro e non ho idea di come procederò sino alla prima data utile per la pensione. Se volete farvi due risate, è il 2048, l’ho letto tre giorni fa sul mio prospetto. Mi hanno tolto tutto il mistero. Senza nemmeno due preliminari verbali, una ditata di lubrificante, niente.

2048. SBAM.

Ogni volta che lo dico o lo scrivo c’è in testa un immediato effetto Frau Blücher misto al tema di X-Files.
Se ci penso ancora un po’ mi sa che non ci arrivo mica. Facendo due veloci calcoli, inoltre, per metterlo in quel posto al mio fondo pensione dovrò mettercela tutta per tirare la pellaccia almeno almeno sino a 92 anni, il che mi impone ancora 62 lunghi anni in  mia compagnia, una manciata di più se voglio veramente fare uno stick it to the man da leoni e criccare trollando a regola d’arte.

Sarebbe un bel momento per avere amici nuovi, per confrontarsi con punti di vista freschi, per cercare di sentirsi di nuovo come qualcosa di nuovo e da esplorare e provare lo stesso per il prossimo. Poco mi aiuta il fatto di trovare la maggior parte delle persone che capitano a tiro nella vita reale tossicamente dissimili da me quando non direttamente insulsi o comunque persi in una costellazione di interessi, valori e linguaggi che non ho alcun desiderio di capire. Là fuori c’è gente che sta imparando ora cos’è un meme (solo se tradotto in italiano, ovviamente). C’è gente che ascolta Vasco. C’è gente che vota Grillo con convizione. Che sa chi sono quelle persone sulle copertine delle riviste nelle sale d’attesa. Gente che evade allegramente le tasse senza smettere di inveire contro la Kasta e senza capire di fare parte dello stesso marciume che condanna. Gente che davvero dà importanza alla marca dei vestiti e delle auto. Gente che cambia foto di profilo ogni due giorni, che fotografa ogni piatto di cibo che mangia per condividerlo con tutti. C’è ogni possibile sfumatura di indesiderabile e di incompatibile, su tutti i livelli di gravità.

Più cerco più mi imbatto in persone che si trovano a breve distanza dal semi-analfabetismo (10 anni a parassitare da universitari fighetti e ancora non sapete quando mettere l’apostrofo a “un”? Srsly), con una patologica mancanza di curiosità per il mondo – per me una carenza criminale in un’era con così tanto potenziale informativo – e sensi dell’umorismo sottosviluppati. Ed eccoli anche che si aggirano online: di tutte le cose che ho scritto qui, molte delle quali erano cose a cui tenevo, mi si continua a trovare cercando “depilazione intima creativa” e sul Tumblr, invece, sono stata raggiunta quasi invariabilmente da individui alla ricerca della formula per la fleshlight fatta in casa [sinchè non ho posto fine al trend eliminando il malcapitato post in questione].

Non ho ancora perso la fiducia nel fatto che la vita mi riservi amici e amiche nuove che mi facciano vedere il mondo sotto una lente migliore, ma certo dovrò cercare ancora una volta di mollare gli ormeggi e nuotare fuori dalla mia comfort zone: le persone ragionevolmente compatibili con me solitamente stanno nascoste sotto i sassi e a volte al loro posto ci sono solo serpenti.  Che ti devo dire, blog caro, ti sei beccato una bella secchiata di merda-sfogo vecchio stile. Prendilo come un regalo tardivo per i sei anni che non ho festeggiato. E buona notte.

Disclaimer:
Premetto che questo post non è ovviamente sponsorizzato dall’ABI e che, pur operando nel settore finanziario, non credo di essere in personale conflitto di interessi. Parlo a nome mio e per conto mio e vi sto per elencare della ragioni ottime per cui la mia figura professionale non dovrebbe più esistere. Viviamo in un mondo in crisi di cui quasi nessuno di noi ha colpa e in cui, pur essendoci tantissime cose che non vanno bene per niente, l’informazione tende spesso a infierire sui soliti capri espiatori senza davvero informare, in compenso confondendo la gente a morte. Basta davvero poco tempo per un’infarinatura generale in materia economica che non farà certo di voi esperti o guru, ma forse osservatori un po’ più critici e consapevoli. Per quanto mi riguarda, questa è la direzione in cui cerco di muovermi non tanto per crescere professionalmente (come una buona parte di voi sono principalmente grata di avere un lavoro e altre fortune, per ora tanto mi basta) ma per capire meglio il mondo in cui vivo. Fiiiiiine disclaimer.

Veniamo al dunque.

Lavorare in banca il giorno delle tredicesime può trasformare la più affabile delle persone in un serial killer… e me in qualcosa di peggio.

Lo confesso: a volte vi auguro vi rapinino, vecchi rincoglioniti che prelevate cinquemila euro in contanti senza preavviso lamentandovi della coda composta da altri idioti come voi e rifiutandovi di usare il bancomat “perchè non vi fidate” o l’online perchè siete troppo pigri per imparare qualcosa di nuovo da almeno 40 anni.

La vecchiaia non è un problema di per sé, di vecchi gagliardi ce n’è un mucchio e ho visto ultraottantenni dare delle tacche a gente a stento sessantenne: è quando diventate compiaciuti nel vostro rincoglionimento (posto che non sia una condizione medica) che non vi posso reggere, è quando mollate il colpo così clamorosamente che vi dite incapaci di compilare un banale assegno pur entrando in banca da decenni (e con una frequenza sinceramente insana). Non c’è vergogna a non capire, ma non voler nemmeno provare a imparare (cose peraltro semplici) è un crimine.

Sono la stessa persona che vi conosce per nome, che si ricorda dei problemi quotidiani che le raccontate, che in giorni più tranquilli è ben felice di aiutarvi a capire tutto quello che non vi è chiaro con tutta la pazienza che serve, che va oltre il dovuto per assicurarsi che vi tornino tutti i conti e che da ormai più di un anno tenta gentilmente di traghettarvi verso un mondo possibile in cui la sua stessa professione diventerà superflua. Credetemi, non è nel mio interesse che dovreste cambiare approccio e neanche nell’interesse della banca. E’ nel vostro, è per appropriarvi di maggior controllo sui vostri soldi, le vostre vite e il vostro tempo. Le capatine in filiale fatevele se vi serve un prestito, fatele se vi serve un mutuo, fatele se vi serve qualche idea per investire o se proprio qualcosa non vi torna e volete parlare con un essere umano. Noi siamo lì per quello.  Ma non buttate tempo in coda per delle trivialità come pagare l’affitto, le bollette, l’IMU, per ritirare quantità surreali di contante che vi rendono grasse prede del primo disperato che vi incrocia per strada.

Perchè diamine usate il contante, prima di tutto?
Perchè poi dovete prelevarlo tutto in blocco ed esattamente il giorno in cui arriva anche se quei soldi potevate prelevarli una settimana prima o qualche giorno dopo (ovviamente non parlo dei poveri cristi che tirano avanti con la minima ma della percentuale, sorprendentemente alta, di gente che di dindini ne ha anche se evidentemente non ha capito come gestirli)?
Perchè venite in coda alle 7.50 del mattino con 5 gradi fuori? Luoghi migliori per socializzare ne esistono. Avete paura che la pensione vi evapori dal conto? Che ve la rubiamo noi? Che ve la rubi Monti?
Sapete che prendervela in quel posto con la clonazione del bancomat o della carta, fenomeno la cui rilevanza statistica è gonfiata ad hoc [leggi: euristica della probabilità alla voce bias cognitive] è davvero difficile e siete comunque tutelati sia dalla banca che da Cartasi?
Sapete che i soldini sul conto sono soldini vostri esattamente quanto quelle zozze banconote da 50€ che volete per forza vedere e toccare e farvi scippare, con la differenza che i soldi sul conto sono tutelati sino a 100.000€ da un fondo di tutela dei depositi che ogni banca è tenuta a tenere, quindi anche nell’assai implausibile circostanza che una banca italiana vada a culo per aria non ci andrete voi? E, già che ci siamo, quando di solito si parla di banche “salvate coi vostri soldi” non si sta parlando di banche italiane in quanto, almeno a livello di sistema e tralasciando un attimo MPS, siamo un settore sano, solido e rigidamente regolato e monitorato che deve scontare in ambito normativo gli errori di banche estere, americane e inglesi in testa, gestite apparentemente da pazzi ubriaconi.

Suvvia gente, non stiamo parlando di cose più complesse come il credito o gli investimenti,  parliamo della semplice quotidiana gestione delle vostre vite con l’aiuto di una qualunque banca, che è l’unico vero scopo dello strumento base a cui la maggior parte di voi si fermerà, il banale e utilissimo conto corrente.
Posto che una banca
… è sostanzialmente un’azienda che deve realizzare profitto per sopravvivere, anche se i beneficiari di quel profitto, nei casi delle fondazioni bancarie, sono anche progetti meritevoli e opere di bene. Tutte le banche sono simili, ma non uguali.
… non è tuttavia è un istituto truffaldino che esiste per rubarvi soldi ma che aspira a stabilire con voi un rapporto di reciproca utilità
… non potrà mai rendervi ricchi se siete messi male (anche se forse potrà aiutare il vostro business se siete bravi – e fortunati – anche voi)
… mai e poi mai vi renderà più furbi se siete pessimi amministratori della vostra liquidità
… ahimé, non vi aiuterà a trovare lavoro o a prendere più di pensione e in generale non raddrizzerà i torti di questo mondo fetente, di cui comunque non potete attribuirle ogni colpa…

cercate di utilizzare tutti gli strumenti che vi mette a disposizione per semplificarvi la vita. Se il conto non rende la vita più facile non è un conto sbagliato o una banca di merda, siete voi che lo state usando male. E delle vostre lamentele populiste e crasse, del vostro generico dare la colpa ad altri per la vostra pigrizia, in quel caso ne ho davvero piene le tasche. Sono stata cliente di una banca per più di dieci anni prima di diventare dipendente e nessuno mi ha mai vista in filiale dopo l’apertura. Se posso io potete tutti.

Dovremmo costare di meno? Già costiamo molto poco e andremo migliorando, a parte quando vi ostinate a usare contanti. Ci sono sempre le banche online peraltro, che sinchè non provate ad avvicinarvi a una filiale fisicamente sono senza dubbio le più convenienti per i servizi base.

Per come la vedo io, l’unico ambito pratico in cui le banche, alcune più di altre, dovrebbero davvero darsi una svegliata sono le commissioni sui POS, che incoraggiano i negozi ad accettare solo contanti con tutti gli effetti “virtuosi” – evasione inclusa – che ne possono derivare. Non credo sia comunque una fantasia dissennata immaginare un futuro non molto lontano in cui la circolazione del contante, come già in altri paesi, sarà minima  e i servizi base per consumatori ed esercenti interamente gratuiti in quanto assimilabili a un diritto fondamentale. Forse all’epoca sarà risolto anche quel paradosso noto come “assenza di pagobancomat in molte banche” che a volte mi fa sentire colpevole come se fosse una scelta mia. Forse, aspirazione ancora più utopica, un sacco di roba che avviene indisturbata in nero sarà costretta a venire alla luce e l’Italia diventerà un paese più rispettabile in cui la legalità non sarà “quella cosa per pirla” ma la norma a cui tutti si conformano. A girl can dream.

Ma non voliamo così alto: il punto è che se vi vedo ancora domani mattina coi vostri assegni da cinquemila euro io almeno uno di voi lo sgozzo con un bancomat tagliato e do al cliente dopo i soldi macchiati di sangue.

Il primo sito web che cercai di aprire con il mio nuovissimo modem 33.6k (uno di quelli che producevano quell’orrida serie di fischi e rantoli) fu titanicmovie.com. Era la fine del 1997, io avevo quindici anni e dovevo finire di leggere un noioso e deprimente romanzo breve di Verga per i miei compiti delle vacanze natalizie. Il problema era un innamoramento virale per Leonardo Di Caprio, epidemia ben nota a metà degli anni ’90, che ogni due pagine portava la mia mente su lidi lontani, ad assaporare il momento in cui avrei potuto guardare Titanic in sala. Per giunta, appunto, avevo finalmente la connessione anche a casa e persino nella sua versione arcaica la rete era già una valanga di materiale lì pronto per essere trovato. Tutto remava contro il povero Verga.

La mia espressione dopo ogni visione.

Titanic era il film più costoso prodotto sino ad allora, analogamente allo sfortunato translatlantico. James Cameron (insieme a Peter Jackson, per me) rappresenta l’archetipo di regista completamente folle e ossessivo, un tipo strano di genio in grado di partorire poche creature uniche che segnano epoche e definiscono generi. Per girare Titanic, per dire, Cameron non trovò di meglio da fare che fiondarsi personalmente sul fondo dell’Atlantico per farci vedere il relitto. Fece recitare i suoi attori nell’acqua gelida, ricostruì con cura morbosa un micromondo galleggiante di quasi un secolo prima. Il film fu un successo annunciato sui cui meriti tecnici e artistici si potrebbe parlare molto a lungo e lanciò due giovani e bravissimi attori dritti verso la stardom assoluta. Ci fece innamorare di loro, tanto che li guardiamo ancora con l’affetto con cui si guardano delle vecchie fiamme. Ci fece restare a bocca aperta dalla meraviglia e ci fece piangere come vitelli.

In qualche modo, però, Titanic riuscì a trascendere persino la sua natura di blockbuster osannato agli Oscar per diventare fenomeno di costume che poche mie coetanee non ricorderanno con un po’ di nostalgia. Si faceva a gara per vedere Titanic. E per ri-vederlo. E ri-rivederlo. Persino io, adolescente notoriamente posata, mi spinsi a ben quattro visioni, senza mai lasciare il cinema in uno stato che non fosse umidiccio, pietoso e felice. Il mio interesse per il Titanic (e per i disastri in generale) era di molto precedente al film, ma certo non fu quello a spingermi a spendere le mie settemila lire all’Augustus tutte quelle volte.

E un'intera sala svenne.

Prima farci vedere Leo, Cameron ci aveva tenute sulla corda per quasi una mezz’ora e la prima immagine che avemmo di lui fu un flash di primo piano dei suoi occhi. Un secondo scarso. L’intera sala sospirò all’unisono. Trascorsi ogni minuto del suo screen time senza osare battere le palpebre, per assorbirne e ricordarne quanto più potevo. Non avevo mai avuto un fidanzato e nemmeno avevo dato il primo bacio: lì per lì mi sembrò una cosa approssimabile al vero amore. Quando non guardavo Titanic ascoltavo la colonna sonora cercando di inscenare il film nella mia testa, di ricordare quali parti fossero associate a quale musica e struggendomi in lacrimucce nella mia stanza coperta di poster. Mi costringevo compulsivamente persino a reggere il video di My Heart Will Go On quando passava su MTV, nonostante l’inopportuna ma episodica presenza di Celine Dion. Quando mamma mi lasciava accendere la connessione, investivo una mezz’ora per scaricare piccole .jpeg del mio adorato e stamparle con la stampante ad aghi.

Questo accadeva circa quattordici anni fa e, anche se allora non l’avrei pensato, anche quel periodo finì. La mia passione decantò, si adagiò sul fondo dell’oceano e si coprì di coralli e pesciolini. In quegli anni anche i pochi ultimi sopravvissuti al naufragio morirono, persino Gloria Stuart, la vecchia Rose, ci lasciò alla veneranda età di cento anni. Leo e Kate maturarono e recitarono in un bel film dietro l’altro (uno persino insieme), Titanic e la sua storia entrarono nella costellazione dei Grandi Cazzo di Classici del Cinema ™ e io mi limitai a guardarne almeno 10 minuti ogni volta che passava in tv. Religiosamente.

Senza manco accorgercene, siamo arrivati al 2012. Cento anni fa esatti, il Titanic era in rotta verso New York e verso la sua ben nota fine. Con notevole e azzeccatissima mossa paracula, Titanic è uscito di nuovo in sala. In 3D, come si addice a questi tempi. E io non ho potuto esimermi dal commemorare con una donazione di dieci sanguinosi euri per godermi le familiari tre ore e un quarto in una versione super super a fuoco. Come è partito il primo fotogramma mi sono trovata le prime lacrimucce nascoste dagli occhialoni 3d, come se un antico meccanismo ancora funzionante fosse stato messo di nuovo in funzione da una formula magica. Sul primo piano degli occhi ho cercato di sospirare in silenzio per darmi un tono (approfittavo dei momenti rumorosi del film per tirare su col naso), mentre una cricca di ragazzine dietro di me ha squittito prima in anticipazione e poi di pura gioia. Ragazzette che quando Titanic è stato girato andavano all’asilo se va bene. Il culto si è trasmesso alla generazione successiva.

Come ogni volta, le tre ore e rotti di film scivolano addosso senza mai stancare o indurre brevi appisolamenti. Persino di sera dopo una settimana di lavoro e dopo tutte quelle visioni. Sono riuscita ancora a sperare sino all’ultimo che la nave riuscisse a schivare l’iceberg, che Leo non si trasformasse in un Calippo e trovasse invece un cantuccio per galleggiare all’asciutto, che la vecchia pazza non gettasse il diamante fuori bordo trollando in grande stile il povero Bill Paxton.

Su Titanic si sono fatti tutti i generi di discorsi denigratori: un film tutto effetti speciali, con una sceneggiatura debole, recitazioni non eccelse (“o avrebbero dato l’Oscar a qualcuno!”) e in ultima analisi senza un’anima. Al che mi sento di confermare, dall’alto del mio maturato senso critico, lo stesso “ma vaffanculo” che avevo da dare in risposta a quindici anni. Il fatto che si tratti di un film tecnicamente eccelso e all’avanguardia, a mio avviso, ha forse oscurato il fatto che anima e cuore – e malsana ossessione  – sono proprio gli ingredienti base da cui è nato Titanic. Persino la storia d’amore, che alcuni trovarono banale e pretestuosa, mi piace più che mai adesso che ho un po’ di history sentimentale personale in saccoccia e non sono costantemente distratta dagli occhi celesti di lui. Capisco le passioni veloci e intense, e capisco l’impronta che ti lasciano per sempre, capisco l’innamorarsi dell’idea che una singola persona possa salvarti da tutto e da tutti e cambiare il corso della tua vita.

Ora che più o meno parlo la lingua dei grandi, quest’ultima visione è stata forse la migliore di tutte, anche se resta il dubbio di aver non tanto celebrato il centenario del naufragio, quanto di aver compiuto volontariamente un passo nel mio stesso passato, trovandoci intatte le stesse emozioni ingenue di quando ero una ragazzina.

Con un certo cruccio, l’adulta in me mi ha proibito di urlacchiare “Vacca, sulla porta ci stavate tutti e due!”, un grido liberatorio che ho tenuto represso per circa metà della mia vita. Ma magari me lo salvo per la prossima visione. Che per quanto ne so potrebbe essere domani.

Ammori miei

I fiori mi piacciono moltissimo. Ho quasi un feticcio per certi profumi, come quello del glicine, della gardenia, di certe rose e quello della mimosa. Chiunque è libero di regalarmi fiori qualunque giorno dell’anno, ne sarò sempre contenta. Potete regalarmi pure intere piante, anche se le mie mad skills come giardiniera hanno condotto a morte prematura persino alcuni cactus. Non c’è bisogno di giorni specifici per sfoderare dei random acts of kindness, quelle piccole cose che rendono molto più digeribile la condizione umana. Insomma, questa mattina ho trovato il mio mazzolino giallo e profumato e ne sono stata lieta, ma questo giorno “della donna” mi fa sempre venire da sputacchiare due o tre considerazioni.

Come ritengo “destra” e “sinistra” termini ormai vetusti che arrancano per descrivere realtà molto diverse da quelle di partenza, ho qualche problema anche con il termine “femminismo”, che evoca tempi e istanze ormai non più attuali e in qualche modo suggerisce un’idea di superiorità della donna che non condivido. Almeno non tutti i giorni.

Non fraintendetemi: non c’è nessuno che sia più favorevole di me alla parità di diritti tra i sessi, ma si tratta di un corollario ovvio di principi più vasti che andrebbero applicati sempre. Cose banali come “rispetta il prossimo, perché in fondo siamo tutti anime perdute su un sasso azzurro che ruota intorno a una palla infuocata nella periferia di una galassia secondaria di un gruppo di galassie a sua volta secondario, nel vuoto del vasto e sconfinato universo”. Che è un’idea con la potenzialità di far impazzire. che può portare al nichilismo cosmico, alla depressione, alle solite giustificatissime domande sul senso della vita. Ma, se presa nel verso giusto, è anche un mantra perfetto per ridimensionare ogni problema e una spinta etica non indifferente a dare a ogni persona il rispetto che merita, insieme alla libertà di cercare di dare alla propria vita il significato che ritiene più giusto, fermo restando il rispetto dell’altrui libertà di fare altrettanto.

Con queste idee in testa, è chiaro che mi incazzo se vedo che su questo misero rolling stone di un pianeta la gente non ha di meglio da fare nella vita se non cercare di rovinare l’esperienza di stare al mondo al prossimo. Come un imbecille di due metri con afro che si viene a sedere proprio davanti a te, con il cinema vuoto. È ovvio che mi fa bollire il sangue vedere la legge del più “forte” trionfare nel senso più becero del termine, anche con qualche distorta pretesa di giustizia darwiniana (“è così in natura”). Su individui più deboli, su categorie di persone più deboli, su intere nazioni più deboli. Come se la storia e i millenni di vantata civiltà che abbiamo alle spalle ci avessero solo insegnato che “arraffa e spremi” è l’unico approccio possibile per una felice convivenza tra esseri umani. Avvilente.

La questione femminile, con le sue molte facce spesso nascoste e sudbole, è solo uno dei molti sintomi della nostra strana evoluzione piena di buchi. In cui siamo arrivati a contemplarlo da fuori, questo bel pianeta che ci fa da casa, abbiamo imparato e osservato ed esplorato, ma ancora fatichiamo a vedere la nostra identità comune in quanto esseri umani e a comportarci di conseguenza (se togliamo ogni filtro dovremmo includere tutti gli esseri viventi, ma finirei in qualche deriva freakoide new age).

Ancora intrappolati a uno stadio infantile della psicologia collettiva, traiamo un senso d’identità non tanto dalla contrapposizione, ma soprattutto dal conflitto col prossimo, con l’altro. E tutto il resto ne deriva: ogni discriminazione, maltrattamento, crudeltà o violenza. Ogni sacca insospettabile di pensiero medievale in agguato nei paesi più avanzati. Sarebbe quindi non solo un po’ inadatto ai tempi dire che sono una femminista, ma molto riduttivo. Facciamo che oggi, con il profumo di mimosa che mi riempie il salotto, mi dichiaro più semplicemente umanista.

Il mio primo post su Good Times risale a cinque anni fa esatti e, se le lyrics fossero minimamente pertinenti, vorrei tanto dedicargli Five Years di Bowie. Magari ne aspetto altri cinque per dedicargli Ten Years Gone degli Zep.

Cinque anni. Questo vuol dire che il mio blog ha abbandonato i pannolini, comincia a saper leggere e mi fa un sacco di domande irritanti come ogni bravo bambino. Visti i molti episodi di abbandono, sono sorpresa che i vicini non abbiano chiamato i servizi sociali.

La verità è che sono un cattivo genitore, o forse anche una cattiva persona, ma alla fine torno sempre. Per dire, ho anche trovato una nuova casa per la mia creatura, dopo lo sfratto da Splinder… Anche se è stato un trasloco così frettoloso che metà dei miei post reca ancora caratteri ostrogoti al posto delle lettere accentate.

Cosa mi hai portato di buono nella vita, mio stupido brain child? Ti ho iniziato con la stessa progettualità con cui mi approccio alla vita, cioè senza precisi intenti. O con l’idea vaga di imbattermi in anime affini, sempre molto difficili da reperire nella vita reale. Mi è sempre piaciuto – sono una pluri-recidiva – conoscere gente senza l’ingombro iniziale della fisicità, nonostante sia comunque difficilissima di gusti. Adesso però ho capito che nel processo possono crearsi dei fantasmi intorno alle persone, per la nostra naturale tendenza a riempire i vuoti con pennellate di wishful thinking. A volte sono i fantasmi ad agire al posto nostro. E a nostra insaputa. A volte veniamo interamente scambiati per il nostro fantasma. Sono problemi insiti nella comunicazione tra esseri umani, ma credo che Internet li stia intensificando, lasciando più che mai la tela libera all’immaginazione e le persone reali a faticare per assomigliare al loro simulacro, a volte con un principio di crisi d’identità. Poi a volte, in questi dialoghi tra fantasmi, vengono dette cose molto brutte, molto cattive e molto imperdonabili. E chi ci rimane tramortito sei tu-tu, altro che fantasmi.

Quindi, mio caro blog, visto che mi hai già mandato un’anima affine che mi ha spezzata in due e danneggiata a vita, più che chiedertene un’altra ti chiedo almeno di attirare meno gente che viene cercando informazioni sulla depilazione intima, mannaggia a questo post e al giorno in cui l’ho scritto. Attira più gente in grado di scrivere “qual” senza l’apostrofo, ecco. Mi pare un proposito ragionevole.

E almeno altri cinque di questi anni!

Premessina: rinnovo le mie preci ai distributori italiani affinchè capiscano che non possono più permettersi né di attendere un anno o più per far passare un film nel nostro paese né di tenere un film in sala una settimana. Perchè la gente, anche partendo dalla migliore disposizione d’animo, poi si rompe le palle e si scarica i film.

Capita sempre che, dopo periodi di mortorio totale, al cinema appaiano all’improvviso decine di film interessanti, tutti insieme. Il che prova o che ho dei gusti non previsti dai cervelloni della distribuzione o che i suddetti cervelloni potrebbero dedicarsi all’ornitologia con maggiore successo. In ogni caso, i due film che puntavo da mesi sono riuscita in un modo o nell’altro a vederli e sto parlando di Hysteria e Albert Nobbs. Un debole filo conduttore si può trovare: l’ambientazione alla fine dell’Ottocento (anche se uno è ambientato a Londra e l’altro in Irlanda), la tematica sessuale (strombazzata con gioia in Hysteria e molto sommessa in Nobbs) e soprattutto il fatto di parlare della condizione della donna in un passato tutt’altro che remoto. Visto che si avvicina l’Otto Marzo e io quel giorno m’incazzo sempre, mi pare il caso di spendere due parole sull’uno e sull’altro film.

Essere donne oggi vuol dire convivere con molte e diffuse sacche di arretratezza mentale, spesso incoraggiate e protratte dalle donne stesse, ma se già questo mi pare insostenibile, credo proprio che nell’Ottocento mi avrebbero diagnosticato un bel caso di isteria femminile per le mie irrequietezze e la fastidiosa tendenza ad avere opinioni, mi avrebbero sbattuta dentro qualche manicomio e magari mi sarebbe toccata una bella isterectomia terapeutica. E chi non sarebbe risultata isterica, in una società che teneva giù le donne peggio che schiave e negava loro tanto la possibilità di una vita indipendente quanto elementari facoltà come la possibilità di avere un orgasmo come gli uomini?

Questa diagnosi immaginaria che copriva più o meno qualunque sintomo fisico o comportamentale fu spalmata con liberalità addosso a migliaia di donne ed ebbe nella seconda metà dell’Ottocento il suo picco assoluto, per poi declinare parallelamente ai progressi di medicina e psicologia ed essere abbandonata definitivamente solo negli anni ’50 del Novecento, praticamente ieri.

Hysteria è la storia dei miei nonni

A mio avviso Hysteria parla soprattutto di questo, pur proponendosi come storia romanzata dell’invenzione del vibratore elettrico nel quadro di una commedia romantica divertente e godibilissima. La tematica latente sui diritti della donna e il femminismo, più che appesantire la storia, le dà maggiore solidità e crea anche qualche breve momento per versare due lacrimucce. Secondo questa narrazione degli eventi, liberamente manipolata (no pun intended), il giovane dottor Granville è un medico idealista che vuole disperatamente rendersi utile all’umanità e al tempo stesso sbarcare il lunario. Licenziato per la sua buffa fede nella teoria dei germi, allora un’avanguardia ancora oggetto di dibattiti e ridicolizzazioni, trova per caso lavoro in uno studio medico che si occupa del trattamento dell’isteria femminile delle sue ricche clienti con la tediosa e stancante pratica del massaggio vaginale e il raggiungimento di “parossismi isterici” per sedare le ansie, le voglie e gli altri sintomi delle signore. Il tutto senza considerare la pratica “sessuale” nemmeno in senso lato e senza collegare i puntini tra “parossismo” e “orgasmo”.

Il talento manuale del dottor Granville viene compromesso dall’uso e da una fastidiosa infiammazione, che gli fa perdere il posto e il fidanzamento con la figlia-del-dottore docile e perfettina. Per recuperare il suo futuro, inizia a ingegnarsi con le diavolerie del suo ricco amicone amante della tecnologia (Rupert Everett, anche se è così gonfio che l’ho riconosciuto solo nei titoli di coda) sino a inventare, a partire da un motore per spolverino elettrico, il prototipo dell’invenzione rivoluzionaria che fu tra le prime distribuite al grande pubblico con il diffondersi dell’elettricità domestica, affrancandosi dal ridicolo frame di pratica medica da svolgersi in studio e abbracciando nei decenni, in modi sempre meno velati, la sua natura di strumento di piacere sessuale. Il vibratore arrivò nelle case prima dell’aspirapolvere e prima del ferro da stiro, alla faccia dei doveri domestici delle brave femmine devote alla casa, e la sigla finale è una deliziosa cronistoria dei modelli di vibratore di maggior successo dai primi allarmanti catafalchi che mai avrei remotamente avvicinato al mio corpo sino ai modelli di design di maggiore successo commerciale, come l’onnipresente coniglietto di cui, per dire, possiede un esemplare persino la sottoscritta, tra i tanti.

Il collaudo

La prodigiosa invenzione fa recuperare a Granville il suo status e la fidanzatina, anche se ben presto si accorge di voler fare all’ammore con l’altra figlia del dottore, Maggie Gyllenhaal, una testa calda che si fa beffa delle aspettative della società/del padre e gestisce una casa per poveri da sola, infilandosi in ogni sorta di guaio. E’ durante l’appassionato discorso con cui la ragazza si difende in tribunale che la diagnosi di isteria, proposta come scusante per evitarle il carcere, viene screditata come una fantasticheria inventata da uomini che hanno troppo poco interesse a capire le donne. E lì, ammetto, mi sono scese una lacrimuccia dall’occhio destro e una dall’occhio sinistro, le uniche in un’ora e mezzo di continue risatine sotto i baffi che culminano in una scena finale tanto palesemente immaginata quanto esilerante. Una menzione speciale va anche alla scena del collaudo in studio, con tanto di occhialoni protettivi.

Ho letto che Glenn Close ha cercato per almeno trent’anni di far diventare Albert Nobbs un film, a partire dalla novella e successivamente dalla produzione teatrale che la vide coinvolta nei lontani anni ’80. Dopo aver visto il film e aver cercato brevemente una corda per impiccarmi immediatamente, non posso dire di aver chiare le ragioni della sua passione per questa storia amara amara che disdegna ogni possibile scappatoia per alleggerire il tono e diventare commedia e resta invece un dramma scuro e triste su una donna che sfugge la sua condizione di vittima senza speranze travestendosi da uomo e trascorrendo tutta la vita a servire ricchi clienti debosciati di un hotel irlandese (tra cui un Jonathan Rhys Meyers un po’ gonfio e stempiato, completamente random). Nobbs conosce per caso un’altra donna travestita che la incoraggia a perseguire il sogno di aprire un’attività tutta sua con i soldi risparmiati sanguinosamente e, perchè no, di trovarsi pure una mogliettina… ed è lì che, come dicono i critici raffinati, comincia ad andare tutto in merda. Albert rimane coinvolta in un triangolo amoroso con due giovani stronzetti (lui l’ Aaron Johnson di Kick-Ass, lei la Mia Wasikowska che ho adorato in Jane Eyre) che vorrebbero solo spremerle soldi per poter fuggire in America e la vita della povera Albert non conosce alcun riscatto e nessuna felicità che non sia quel focolare domestico soltanto immaginato quando sogna a occhi aperti di convolare a nozze. Non so se il finale della storia sia in assoluto il peggiore che si potesse trovare, ma anche se non lo è ci arriva dannatamente vicino: se nasci donna e povera, sei fottuta.

Separati alla nascita

Noto anche su altri blog il parere condiviso che l’interpretazione da Nomination di Glenn Close la faccia assomigliare sinistramente a C3PO: quando più di una persona arriva a fare un collegamento del genere, vuol dire che un fondo di realtà c’è. Nonostante quest’ilare somiglianza, vi perdonerò se non vi fionderete al cinema, tanto più che qui a Genova l’hanno tolto in fretta e furia per mungere la money-cow The Iron Lady con Meryl Streep fresca di Oscar. Sarò meno clemente se vi farete scappare Hysteria, anche se alla proiezione potrà capitarvi di sentire commentini imbarazzati simili a quelli che ho sentito io in sala, che mi hanno fatta sentire nell’Ottocento e denotano ancora tanta avvilente ignoranza in materia di sessualità femminile, più che mai paradossale e surreale in quest’era di pornografia prêt-à-porter.

La pazienza è virtù femminile limata da secoli di allenamento e potrete usarla per godervi uno dei film più carini di questa stagione. Tanto per le incazzature controllate abbiamo il nostro giorno dedicato, no?

p.s. un plauso, una volta tanto, per aver mantenuto i titoli originali. Hysteria avrebbe avuto un potenziale devastante in quanto a fantasiose traduzioni del titolo e non voglio nemmeno pensarci. Per il momento i tedeschi si collocano sul podio della laidezza con “In guten händen”, cioè “in buone mani”, mentre i russi hanno concepito questo poster atroce photoshoppato da un quattrenne.

Non molto tempo fa si sono svolti i Grammy Awards e Paul McCartney si è trollato via un altro riconoscimento da buttare sulla pila. Giusto e sacrosanto. Pochi istanti dopo, però, i social network si sono riempiti di ragazzini e ragazzine che si domandavano, temo non scherzando, chi diavolo fosse quel vecchietto. Non che ci occorrano altri segni dell’Apocalisse imminente, ma come vedete il mondo va male, malissimo davvero. Non è nemmeno raro trovare suddetti ragazzini a domandarsi perchè queste vecchie band di dinosauri continuino a copiare (30 anni in anticipo) le canzoni di Glee. Come vedete, il concetto non sta su nemmeno a  livello cronologico. Eppure “cover” non è sempre stata una parolaccia e pensavo di argomentare con un meraviglioso esempio: Sandy Denny.

Sandy Denny, qui curiosamente somigliante alla mia ex

Nel mio mondo ideale, a Sandy non servono presentazioni. Appurato che, però, viviamo nel mondo ideale di qualcun altro, diciamo due parole su questa dea inglese che nemmeno mi ha fatto il favore di aspettare che nascessi per andarsene via. Sandy Denny è vissuta per trentuno brevi anni e la sua voce era talmente bella che persino i Led Zeppelin l’hanno voluta a bordo nel loro quarto album (e le hanno dedicato una runa nascosta), anche se la sua magnum opus è Liege and Lief con la Fairport Convention, album solitamente definito pietra miliare del folk rock anche da gente meno penosamente parziale di me. Su Liege and Lief mi sono già sbrodolata qui, anni fa.

Sandy cantava, suonava, componeva ed era una di quelle personalità turbolente e inquiete degli anni d’oro del rock che si sono bruciate troppo in fretta, una specie di Janis Joplin folk per certi versi, anche se completamente priva della sguaiatezza vocale che a volte mi rende indigesta la Joplin. Con le presentazioni mi limito qui, certa che troverò pretesti per tornare in argomento prima o poi: torniamo alle cover.

Quando Sandy Denny canta una canzone di Joni Mitchell mi trovo in sincero imbarazzo, in primis perchè rischio di farmela sotto dall’emozione e anche perchè  è difficile scegliere una versione da preferire. Di solito, devo dire, le canzoni di Joni trasudano così tanta Joni e sono così intime che ogni cover è un’espropriazione un po’ indebita delle sue parole, delle sue emozioni e dei suoi strani accordi inventati. Quando la Fairport Convention incise I Don’t Know Where I Stand con la loro prima cantante, che aveva un timbro un po’ alla Joan Baez, non fece nulla di memorabile. La versione successiva, registrata per la BBC con Sandy, prende i buoni spunti della prima cover e ne fa un pezzo delizioso. L’originale è semplice e intimista, la cover è più stratificata, arricchita da cori mai ingombranti. La voce di Joni (da giovane) era soprattutto cristallina e impossibilmente alta, mentre di Sandy risalta la speciale dolcezza. Le parole sono il ritratto, come molte altre della nostra cara canadese, di una situazione sentimentale spigolosa e difficile che, come spesso accade, pizzica molto bene tutte le mie corde.

Confesso che sapevo poco e nulla di Jackson C. Frank prima di sentire la cover di You Never Wanted Me cantata da Sandy Denny. Questa povera anima, la cui biografia più dettagliata con tutte le sfighe potete tranquillamente leggere su Wikipedia da voi, piacque a molti grandi ma si sciolse in un mare di disagi e malattie fisiche e mentali che gli resero impossibile fare una vera carriera musicale. Una parabola un po’ alla Syd Barrett, se vogliamo.
Ci sono certe canzoni che ti fanno capire che non importa quanta amarezza provi, perchè non sei la prima e non sarai l’ultima a stare così. Il che porta una sua consolazione, mentre leggo le belle – ma tristi – parole di addio a un amore andato male, velate di pessimismo e desiderio di chiusura ma anche di qualche vaga, incomprensibile speranza.

Senza nulla togliere all’autore e alla sua splendida voce, serviva una donna per dare spessore a lyrics del genere e Sandy passa da toni sussurrati e timidi ad accuse ferme e potenti che mi mettono addosso una frenesia di cantare a mia volta. Aggiungerei anche il lavoro di chitarra molto grazioso, che impreziosice l’originale vagamente dylaniano.

Una fetta importante delle incisioni di Sandy Denny sono re-interpretazioni di canti tradizionali inglesi ed irlandesi, le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Il bello di questi canti è che ogni interpretazione è a suo modo una cover, ed anche il fatto che sono un casino da catalogare, non hanno quasi mai un testo definito e mantengono solo un canovaccio di melodia liberamente interpretabile. Per dire, non saprei dire con certezza se questa canzone di cui sono innamorata si chiamasse in origine Green Grow the Lilacs, Green Grow the Laurels o Once I Had a Sweetheart. Di sòla amorosa in ogni caso si tratta, tanto per cambiare, con invocazioni più o meno disperate a seconda della versione. Tra le mie preferite, quella immancabile che Joan Baez portava in concerto con la sua voce rigorosa e liricheggiante e che mi ha accompagnata per tutta l’infanzia. Nel corso delle mie esplorazioni, ho amato molto anche quella che i Pentangle incisero in Basket of Light nel ’69, con l’angelica Jacqui McSchee e il geniale arrangiamento orientaleggiante di John Renbourn e Bert Jansch. Completamente per caso e abbastanza di recente, ho invece scoperto la versione di Sandy Denny. La qualità della registrazione è purtroppo penosa, l’accompagnamento di chitarra a dir poco spartano e la voce… la voce è da pelle d’oca, con acuti meravigliosi che ti fanno venire da socchiudere gli occhi e sorridere con aria goduriosa come in uno spot dello Yogurt Muller. Specie quando senti lo scroscio finale di applausi e ti accorgi che – cielo – era persino un live.

Un altro esperimento interessante lo troviamo nel già citato Liege and Lief. Farewell Farewell riprende pari pari la melodia del tradizionale scozzese Willy O’Winsbury (consigliasi la versione dei soliti Pentangle in Solomon’s Seal) e rimpiazza completamente le lyrics, che in origine raccontavano la storia vecchia più di duecento anni in cui il re non fa impiccare colui che gli ha ingallato la figlia mentre era via semplicemente perchè il ragazzo è un figo tale che il re vorrebbe quasi quasi esser donna. True story. Per me è stato buffo scoprire prima la “cover” dell’originale e domandarmi, come i fan di Glee fanno oggi, perchè quel traditional centenario stesse copiando una canzone degli anni ’60. Farewell farewell, inoltre, è un ottimo titolo per chiudere questo post sfuggito di mano e andare a rimuginare in disparte essendomi accorta, cover o non cover, di avervi suggerito canzoni che parlano invariabilmente di acredine, delusioni e addii. Ma vi giuro che lo fanno davvero alla grande.