Good Times, Bad Times

ancora online, per oscure ragioni...

  • La Shuly

Are you ready to go back to Titanic?

Pubblicato da shulypoo in 14 aprile 2012
Posted in: film, ricordi. Tagged: James Cameron, Kate Winslet, Leonardo DiCaprio, movie, Titanic. 14 commenti

Il primo sito web che cercai di aprire con il mio nuovissimo modem 33.6k (uno di quelli che producevano quell’orrida serie di fischi e rantoli) fu titanicmovie.com. Era la fine del 1997, io avevo quindici anni e dovevo finire di leggere un noioso e deprimente romanzo breve di Verga per i miei compiti delle vacanze natalizie. Il problema era un innamoramento virale per Leonardo Di Caprio, epidemia ben nota a metà degli anni ’90, che ogni due pagine portava la mia mente su lidi lontani, ad assaporare il momento in cui avrei potuto guardare Titanic in sala. Per giunta, appunto, avevo finalmente la connessione anche a casa e persino nella sua versione arcaica la rete era già una valanga di materiale lì pronto per essere trovato. Tutto remava contro il povero Verga.

La mia espressione dopo ogni visione.

Titanic era il film più costoso prodotto sino ad allora, analogamente allo sfortunato translatlantico. James Cameron (insieme a Peter Jackson, per me) rappresenta l’archetipo di regista completamente folle e ossessivo, un tipo strano di genio in grado di partorire poche creature uniche che segnano epoche e definiscono generi. Per girare Titanic, per dire, Cameron non trovò di meglio da fare che fiondarsi personalmente sul fondo dell’Atlantico per farci vedere il relitto. Fece recitare i suoi attori nell’acqua gelida, ricostruì con cura morbosa un micromondo galleggiante di quasi un secolo prima. Il film fu un successo annunciato sui cui meriti tecnici e artistici si potrebbe parlare molto a lungo e lanciò due giovani e bravissimi attori dritti verso la stardom assoluta. Ci fece innamorare di loro, tanto che li guardiamo ancora con l’affetto con cui si guardano delle vecchie fiamme. Ci fece restare a bocca aperta dalla meraviglia e ci fece piangere come vitelli.

In qualche modo, però, Titanic riuscì a trascendere persino la sua natura di blockbuster osannato agli Oscar per diventare fenomeno di costume che poche mie coetanee non ricorderanno con un po’ di nostalgia. Si faceva a gara per vedere Titanic. E per ri-vederlo. E ri-rivederlo. Persino io, adolescente notoriamente posata, mi spinsi a ben quattro visioni, senza mai lasciare il cinema in uno stato che non fosse umidiccio, pietoso e felice. Il mio interesse per il Titanic (e per i disastri in generale) era di molto precedente al film, ma certo non fu quello a spingermi a spendere le mie settemila lire all’Augustus tutte quelle volte.

E un'intera sala svenne.

Prima farci vedere Leo, Cameron ci aveva tenute sulla corda per quasi una mezz’ora e la prima immagine che avemmo di lui fu un flash di primo piano dei suoi occhi. Un secondo scarso. L’intera sala sospirò all’unisono. Trascorsi ogni minuto del suo screen time senza osare battere le palpebre, per assorbirne e ricordarne quanto più potevo. Non avevo mai avuto un fidanzato e nemmeno avevo dato il primo bacio: lì per lì mi sembrò una cosa approssimabile al vero amore. Quando non guardavo Titanic ascoltavo la colonna sonora cercando di inscenare il film nella mia testa, di ricordare quali parti fossero associate a quale musica e struggendomi in lacrimucce nella mia stanza coperta di poster. Mi costringevo compulsivamente persino a reggere il video di My Heart Will Go On quando passava su MTV, nonostante l’inopportuna ma episodica presenza di Celine Dion. Quando mamma mi lasciava accendere la connessione, investivo una mezz’ora per scaricare piccole .jpeg del mio adorato e stamparle con la stampante ad aghi.

Questo accadeva circa quattordici anni fa e, anche se allora non l’avrei pensato, anche quel periodo finì. La mia passione decantò, si adagiò sul fondo dell’oceano e si coprì di coralli e pesciolini. In quegli anni anche i pochi ultimi sopravvissuti al naufragio morirono, persino Gloria Stuart, la vecchia Rose, ci lasciò alla veneranda età di cento anni. Leo e Kate maturarono e recitarono in un bel film dietro l’altro (uno persino insieme), Titanic e la sua storia entrarono nella costellazione dei Grandi Cazzo di Classici del Cinema ™ e io mi limitai a guardarne almeno 10 minuti ogni volta che passava in tv. Religiosamente.

Senza manco accorgercene, siamo arrivati al 2012. Cento anni fa esatti, il Titanic era in rotta verso New York e verso la sua ben nota fine. Con notevole e azzeccatissima mossa paracula, Titanic è uscito di nuovo in sala. In 3D, come si addice a questi tempi. E io non ho potuto esimermi dal commemorare con una donazione di dieci sanguinosi euri per godermi le familiari tre ore e un quarto in una versione super super a fuoco. Come è partito il primo fotogramma mi sono trovata le prime lacrimucce nascoste dagli occhialoni 3d, come se un antico meccanismo ancora funzionante fosse stato messo di nuovo in funzione da una formula magica. Sul primo piano degli occhi ho cercato di sospirare in silenzio per darmi un tono (approfittavo dei momenti rumorosi del film per tirare su col naso), mentre una cricca di ragazzine dietro di me ha squittito prima in anticipazione e poi di pura gioia. Ragazzette che quando Titanic è stato girato andavano all’asilo se va bene. Il culto si è trasmesso alla generazione successiva.

Come ogni volta, le tre ore e rotti di film scivolano addosso senza mai stancare o indurre brevi appisolamenti. Persino di sera dopo una settimana di lavoro e dopo tutte quelle visioni. Sono riuscita ancora a sperare sino all’ultimo che la nave riuscisse a schivare l’iceberg, che Leo non si trasformasse in un Calippo e trovasse invece un cantuccio per galleggiare all’asciutto, che la vecchia pazza non gettasse il diamante fuori bordo trollando in grande stile il povero Bill Paxton.

Su Titanic si sono fatti tutti i generi di discorsi denigratori: un film tutto effetti speciali, con una sceneggiatura debole, recitazioni non eccelse (“o avrebbero dato l’Oscar a qualcuno!”) e in ultima analisi senza un’anima. Al che mi sento di confermare, dall’alto del mio maturato senso critico, lo stesso “ma vaffanculo” che avevo da dare in risposta a quindici anni. Il fatto che si tratti di un film tecnicamente eccelso e all’avanguardia, a mio avviso, ha forse oscurato il fatto che anima e cuore – e malsana ossessione  – sono proprio gli ingredienti base da cui è nato Titanic. Persino la storia d’amore, che alcuni trovarono banale e pretestuosa, mi piace più che mai adesso che ho un po’ di history sentimentale personale in saccoccia e non sono costantemente distratta dagli occhi celesti di lui. Capisco le passioni veloci e intense, e capisco l’impronta che ti lasciano per sempre, capisco l’innamorarsi dell’idea che una singola persona possa salvarti da tutto e da tutti e cambiare il corso della tua vita.

Ora che più o meno parlo la lingua dei grandi, quest’ultima visione è stata forse la migliore di tutte, anche se resta il dubbio di aver non tanto celebrato il centenario del naufragio, quanto di aver compiuto volontariamente un passo nel mio stesso passato, trovandoci intatte le stesse emozioni ingenue di quando ero una ragazzina.

Con un certo cruccio, l’adulta in me mi ha proibito di urlacchiare “Vacca, sulla porta ci stavate tutti e due!”, un grido liberatorio che ho tenuto represso per circa metà della mia vita. Ma magari me lo salvo per la prossima visione. Che per quanto ne so potrebbe essere domani.

Ammori miei

Stop and smell the mimosa

Pubblicato da shulypoo in 8 marzo 2012
Posted in: donne, riflessioni. Tagged: festa della donna. 4 commenti

I fiori mi piacciono moltissimo. Ho quasi un feticcio per certi profumi, come quello del glicine, della gardenia, di certe rose e quello della mimosa. Chiunque è libero di regalarmi fiori qualunque giorno dell’anno, ne sarò sempre contenta. Potete regalarmi pure intere piante, anche se le mie mad skills come giardiniera hanno condotto a morte prematura persino alcuni cactus. Non c’è bisogno di giorni specifici per sfoderare dei random acts of kindness, quelle piccole cose che rendono molto più digeribile la condizione umana. Insomma, questa mattina ho trovato il mio mazzolino giallo e profumato e ne sono stata lieta, ma questo giorno “della donna” mi fa sempre venire da sputacchiare due o tre considerazioni.

Come ritengo “destra” e “sinistra” termini ormai vetusti che arrancano per descrivere realtà molto diverse da quelle di partenza, ho qualche problema anche con il termine “femminismo”, che evoca tempi e istanze ormai non più attuali e in qualche modo suggerisce un’idea di superiorità della donna che non condivido. Almeno non tutti i giorni.

Non fraintendetemi: non c’è nessuno che sia più favorevole di me alla parità di diritti tra i sessi, ma si tratta di un corollario ovvio di principi più vasti che andrebbero applicati sempre. Cose banali come “rispetta il prossimo, perché in fondo siamo tutti anime perdute su un sasso azzurro che ruota intorno a una palla infuocata nella periferia di una galassia secondaria di un gruppo di galassie a sua volta secondario, nel vuoto del vasto e sconfinato universo”. Che è un’idea con la potenzialità di far impazzire. che può portare al nichilismo cosmico, alla depressione, alle solite giustificatissime domande sul senso della vita. Ma, se presa nel verso giusto, è anche un mantra perfetto per ridimensionare ogni problema e una spinta etica non indifferente a dare a ogni persona il rispetto che merita, insieme alla libertà di cercare di dare alla propria vita il significato che ritiene più giusto, fermo restando il rispetto dell’altrui libertà di fare altrettanto.

Con queste idee in testa, è chiaro che mi incazzo se vedo che su questo misero rolling stone di un pianeta la gente non ha di meglio da fare nella vita se non cercare di rovinare l’esperienza di stare al mondo al prossimo. Come un imbecille di due metri con afro che si viene a sedere proprio davanti a te, con il cinema vuoto. È ovvio che mi fa bollire il sangue vedere la legge del più “forte” trionfare nel senso più becero del termine, anche con qualche distorta pretesa di giustizia darwiniana (“è così in natura”). Su individui più deboli, su categorie di persone più deboli, su intere nazioni più deboli. Come se la storia e i millenni di vantata civiltà che abbiamo alle spalle ci avessero solo insegnato che “arraffa e spremi” è l’unico approccio possibile per una felice convivenza tra esseri umani. Avvilente.

La questione femminile, con le sue molte facce spesso nascoste e sudbole, è solo uno dei molti sintomi della nostra strana evoluzione piena di buchi. In cui siamo arrivati a contemplarlo da fuori, questo bel pianeta che ci fa da casa, abbiamo imparato e osservato ed esplorato, ma ancora fatichiamo a vedere la nostra identità comune in quanto esseri umani e a comportarci di conseguenza (se togliamo ogni filtro dovremmo includere tutti gli esseri viventi, ma finirei in qualche deriva freakoide new age).

Ancora intrappolati a uno stadio infantile della psicologia collettiva, traiamo un senso d’identità non tanto dalla contrapposizione, ma soprattutto dal conflitto col prossimo, con l’altro. E tutto il resto ne deriva: ogni discriminazione, maltrattamento, crudeltà o violenza. Ogni sacca insospettabile di pensiero medievale in agguato nei paesi più avanzati. Sarebbe quindi non solo un po’ inadatto ai tempi dire che sono una femminista, ma molto riduttivo. Facciamo che oggi, con il profumo di mimosa che mi riempie il salotto, mi dichiaro più semplicemente umanista.

5 Years

Pubblicato da shulypoo in 7 marzo 2012
Posted in: ricordi, riflessioni, sentimenti. 3 commenti

Il mio primo post su Good Times risale a cinque anni fa esatti e, se le lyrics fossero minimamente pertinenti, vorrei tanto dedicargli Five Years di Bowie. Magari ne aspetto altri cinque per dedicargli Ten Years Gone degli Zep.

Cinque anni. Questo vuol dire che il mio blog ha abbandonato i pannolini, comincia a saper leggere e mi fa un sacco di domande irritanti come ogni bravo bambino. Visti i molti episodi di abbandono, sono sorpresa che i vicini non abbiano chiamato i servizi sociali.

La verità è che sono un cattivo genitore, o forse anche una cattiva persona, ma alla fine torno sempre. Per dire, ho anche trovato una nuova casa per la mia creatura, dopo lo sfratto da Splinder… Anche se è stato un trasloco così frettoloso che metà dei miei post reca ancora caratteri ostrogoti al posto delle lettere accentate.

Cosa mi hai portato di buono nella vita, mio stupido brain child? Ti ho iniziato con la stessa progettualità con cui mi approccio alla vita, cioè senza precisi intenti. O con l’idea vaga di imbattermi in anime affini, sempre molto difficili da reperire nella vita reale. Mi è sempre piaciuto – sono una pluri-recidiva – conoscere gente senza l’ingombro iniziale della fisicità, nonostante sia comunque difficilissima di gusti. Adesso però ho capito che nel processo possono crearsi dei fantasmi intorno alle persone, per la nostra naturale tendenza a riempire i vuoti con pennellate di wishful thinking. A volte sono i fantasmi ad agire al posto nostro. E a nostra insaputa. A volte veniamo interamente scambiati per il nostro fantasma. Sono problemi insiti nella comunicazione tra esseri umani, ma credo che Internet li stia intensificando, lasciando più che mai la tela libera all’immaginazione e le persone reali a faticare per assomigliare al loro simulacro, a volte con un principio di crisi d’identità. Poi a volte, in questi dialoghi tra fantasmi, vengono dette cose molto brutte, molto cattive e molto imperdonabili. E chi ci rimane tramortito sei tu-tu, altro che fantasmi.

Quindi, mio caro blog, visto che mi hai già mandato un’anima affine che mi ha spezzata in due e danneggiata a vita, più che chiedertene un’altra ti chiedo almeno di attirare meno gente che viene cercando informazioni sulla depilazione intima, mannaggia a questo post e al giorno in cui l’ho scritto. Attira più gente in grado di scrivere “qual” senza l’apostrofo, ecco. Mi pare un proposito ragionevole.

E almeno altri cinque di questi anni!

Good Vibrations

Pubblicato da shulypoo in 4 marzo 2012
Posted in: donne, film. Tagged: Albert Nobbs, donne, femminismo, film, Hysteria, vibratore. 3 commenti

Premessina: rinnovo le mie preci ai distributori italiani affinchè capiscano che non possono più permettersi né di attendere un anno o più per far passare un film nel nostro paese né di tenere un film in sala una settimana. Perchè la gente, anche partendo dalla migliore disposizione d’animo, poi si rompe le palle e si scarica i film.

Capita sempre che, dopo periodi di mortorio totale, al cinema appaiano all’improvviso decine di film interessanti, tutti insieme. Il che prova o che ho dei gusti non previsti dai cervelloni della distribuzione o che i suddetti cervelloni potrebbero dedicarsi all’ornitologia con maggiore successo. In ogni caso, i due film che puntavo da mesi sono riuscita in un modo o nell’altro a vederli e sto parlando di Hysteria e Albert Nobbs. Un debole filo conduttore si può trovare: l’ambientazione alla fine dell’Ottocento (anche se uno è ambientato a Londra e l’altro in Irlanda), la tematica sessuale (strombazzata con gioia in Hysteria e molto sommessa in Nobbs) e soprattutto il fatto di parlare della condizione della donna in un passato tutt’altro che remoto. Visto che si avvicina l’Otto Marzo e io quel giorno m’incazzo sempre, mi pare il caso di spendere due parole sull’uno e sull’altro film.

Essere donne oggi vuol dire convivere con molte e diffuse sacche di arretratezza mentale, spesso incoraggiate e protratte dalle donne stesse, ma se già questo mi pare insostenibile, credo proprio che nell’Ottocento mi avrebbero diagnosticato un bel caso di isteria femminile per le mie irrequietezze e la fastidiosa tendenza ad avere opinioni, mi avrebbero sbattuta dentro qualche manicomio e magari mi sarebbe toccata una bella isterectomia terapeutica. E chi non sarebbe risultata isterica, in una società che teneva giù le donne peggio che schiave e negava loro tanto la possibilità di una vita indipendente quanto elementari facoltà come la possibilità di avere un orgasmo come gli uomini?

Questa diagnosi immaginaria che copriva più o meno qualunque sintomo fisico o comportamentale fu spalmata con liberalità addosso a migliaia di donne ed ebbe nella seconda metà dell’Ottocento il suo picco assoluto, per poi declinare parallelamente ai progressi di medicina e psicologia ed essere abbandonata definitivamente solo negli anni ’50 del Novecento, praticamente ieri.

Hysteria è la storia dei miei nonni

A mio avviso Hysteria parla soprattutto di questo, pur proponendosi come storia romanzata dell’invenzione del vibratore elettrico nel quadro di una commedia romantica divertente e godibilissima. La tematica latente sui diritti della donna e il femminismo, più che appesantire la storia, le dà maggiore solidità e crea anche qualche breve momento per versare due lacrimucce. Secondo questa narrazione degli eventi, liberamente manipolata (no pun intended), il giovane dottor Granville è un medico idealista che vuole disperatamente rendersi utile all’umanità e al tempo stesso sbarcare il lunario. Licenziato per la sua buffa fede nella teoria dei germi, allora un’avanguardia ancora oggetto di dibattiti e ridicolizzazioni, trova per caso lavoro in uno studio medico che si occupa del trattamento dell’isteria femminile delle sue ricche clienti con la tediosa e stancante pratica del massaggio vaginale e il raggiungimento di “parossismi isterici” per sedare le ansie, le voglie e gli altri sintomi delle signore. Il tutto senza considerare la pratica “sessuale” nemmeno in senso lato e senza collegare i puntini tra “parossismo” e “orgasmo”.

Il talento manuale del dottor Granville viene compromesso dall’uso e da una fastidiosa infiammazione, che gli fa perdere il posto e il fidanzamento con la figlia-del-dottore docile e perfettina. Per recuperare il suo futuro, inizia a ingegnarsi con le diavolerie del suo ricco amicone amante della tecnologia (Rupert Everett, anche se è così gonfio che l’ho riconosciuto solo nei titoli di coda) sino a inventare, a partire da un motore per spolverino elettrico, il prototipo dell’invenzione rivoluzionaria che fu tra le prime distribuite al grande pubblico con il diffondersi dell’elettricità domestica, affrancandosi dal ridicolo frame di pratica medica da svolgersi in studio e abbracciando nei decenni, in modi sempre meno velati, la sua natura di strumento di piacere sessuale. Il vibratore arrivò nelle case prima dell’aspirapolvere e prima del ferro da stiro, alla faccia dei doveri domestici delle brave femmine devote alla casa, e la sigla finale è una deliziosa cronistoria dei modelli di vibratore di maggior successo dai primi allarmanti catafalchi che mai avrei remotamente avvicinato al mio corpo sino ai modelli di design di maggiore successo commerciale, come l’onnipresente coniglietto di cui, per dire, possiede un esemplare persino la sottoscritta, tra i tanti.

Il collaudo

La prodigiosa invenzione fa recuperare a Granville il suo status e la fidanzatina, anche se ben presto si accorge di voler fare all’ammore con l’altra figlia del dottore, Maggie Gyllenhaal, una testa calda che si fa beffa delle aspettative della società/del padre e gestisce una casa per poveri da sola, infilandosi in ogni sorta di guaio. E’ durante l’appassionato discorso con cui la ragazza si difende in tribunale che la diagnosi di isteria, proposta come scusante per evitarle il carcere, viene screditata come una fantasticheria inventata da uomini che hanno troppo poco interesse a capire le donne. E lì, ammetto, mi sono scese una lacrimuccia dall’occhio destro e una dall’occhio sinistro, le uniche in un’ora e mezzo di continue risatine sotto i baffi che culminano in una scena finale tanto palesemente immaginata quanto esilerante. Una menzione speciale va anche alla scena del collaudo in studio, con tanto di occhialoni protettivi.

Ho letto che Glenn Close ha cercato per almeno trent’anni di far diventare Albert Nobbs un film, a partire dalla novella e successivamente dalla produzione teatrale che la vide coinvolta nei lontani anni ’80. Dopo aver visto il film e aver cercato brevemente una corda per impiccarmi immediatamente, non posso dire di aver chiare le ragioni della sua passione per questa storia amara amara che disdegna ogni possibile scappatoia per alleggerire il tono e diventare commedia e resta invece un dramma scuro e triste su una donna che sfugge la sua condizione di vittima senza speranze travestendosi da uomo e trascorrendo tutta la vita a servire ricchi clienti debosciati di un hotel irlandese (tra cui un Jonathan Rhys Meyers un po’ gonfio e stempiato, completamente random). Nobbs conosce per caso un’altra donna travestita che la incoraggia a perseguire il sogno di aprire un’attività tutta sua con i soldi risparmiati sanguinosamente e, perchè no, di trovarsi pure una mogliettina… ed è lì che, come dicono i critici raffinati, comincia ad andare tutto in merda. Albert rimane coinvolta in un triangolo amoroso con due giovani stronzetti (lui l’ Aaron Johnson di Kick-Ass, lei la Mia Wasikowska che ho adorato in Jane Eyre) che vorrebbero solo spremerle soldi per poter fuggire in America e la vita della povera Albert non conosce alcun riscatto e nessuna felicità che non sia quel focolare domestico soltanto immaginato quando sogna a occhi aperti di convolare a nozze. Non so se il finale della storia sia in assoluto il peggiore che si potesse trovare, ma anche se non lo è ci arriva dannatamente vicino: se nasci donna e povera, sei fottuta.

Separati alla nascita

Noto anche su altri blog il parere condiviso che l’interpretazione da Nomination di Glenn Close la faccia assomigliare sinistramente a C3PO: quando più di una persona arriva a fare un collegamento del genere, vuol dire che un fondo di realtà c’è. Nonostante quest’ilare somiglianza, vi perdonerò se non vi fionderete al cinema, tanto più che qui a Genova l’hanno tolto in fretta e furia per mungere la money-cow The Iron Lady con Meryl Streep fresca di Oscar. Sarò meno clemente se vi farete scappare Hysteria, anche se alla proiezione potrà capitarvi di sentire commentini imbarazzati simili a quelli che ho sentito io in sala, che mi hanno fatta sentire nell’Ottocento e denotano ancora tanta avvilente ignoranza in materia di sessualità femminile, più che mai paradossale e surreale in quest’era di pornografia prêt-à-porter.

La pazienza è virtù femminile limata da secoli di allenamento e potrete usarla per godervi uno dei film più carini di questa stagione. Tanto per le incazzature controllate abbiamo il nostro giorno dedicato, no?

p.s. un plauso, una volta tanto, per aver mantenuto i titoli originali. Hysteria avrebbe avuto un potenziale devastante in quanto a fantasiose traduzioni del titolo e non voglio nemmeno pensarci. Per il momento i tedeschi si collocano sul podio della laidezza con “In guten händen”, cioè “in buone mani”, mentre i russi hanno concepito questo poster atroce photoshoppato da un quattrenne.

Undis-covered

Pubblicato da shulypoo in 28 febbraio 2012
Posted in: musica. Tagged: fairport convention, folk rock, joni mitchell, musica, sandy denny. Lascia un commento

Non molto tempo fa si sono svolti i Grammy Awards e Paul McCartney si è trollato via un altro riconoscimento da buttare sulla pila. Giusto e sacrosanto. Pochi istanti dopo, però, i social network si sono riempiti di ragazzini e ragazzine che si domandavano, temo non scherzando, chi diavolo fosse quel vecchietto. Non che ci occorrano altri segni dell’Apocalisse imminente, ma come vedete il mondo va male, malissimo davvero. Non è nemmeno raro trovare suddetti ragazzini a domandarsi perchè queste vecchie band di dinosauri continuino a copiare (30 anni in anticipo) le canzoni di Glee. Come vedete, il concetto non sta su nemmeno a  livello cronologico. Eppure “cover” non è sempre stata una parolaccia e pensavo di argomentare con un meraviglioso esempio: Sandy Denny.

Sandy Denny, qui curiosamente somigliante alla mia ex

Nel mio mondo ideale, a Sandy non servono presentazioni. Appurato che, però, viviamo nel mondo ideale di qualcun altro, diciamo due parole su questa dea inglese che nemmeno mi ha fatto il favore di aspettare che nascessi per andarsene via. Sandy Denny è vissuta per trentuno brevi anni e la sua voce era talmente bella che persino i Led Zeppelin l’hanno voluta a bordo nel loro quarto album (e le hanno dedicato una runa nascosta), anche se la sua magnum opus è Liege and Lief con la Fairport Convention, album solitamente definito pietra miliare del folk rock anche da gente meno penosamente parziale di me. Su Liege and Lief mi sono già sbrodolata qui, anni fa.

Sandy cantava, suonava, componeva ed era una di quelle personalità turbolente e inquiete degli anni d’oro del rock che si sono bruciate troppo in fretta, una specie di Janis Joplin folk per certi versi, anche se completamente priva della sguaiatezza vocale che a volte mi rende indigesta la Joplin. Con le presentazioni mi limito qui, certa che troverò pretesti per tornare in argomento prima o poi: torniamo alle cover.

Quando Sandy Denny canta una canzone di Joni Mitchell mi trovo in sincero imbarazzo, in primis perchè rischio di farmela sotto dall’emozione e anche perchè  è difficile scegliere una versione da preferire. Di solito, devo dire, le canzoni di Joni trasudano così tanta Joni e sono così intime che ogni cover è un’espropriazione un po’ indebita delle sue parole, delle sue emozioni e dei suoi strani accordi inventati. Quando la Fairport Convention incise I Don’t Know Where I Stand con la loro prima cantante, che aveva un timbro un po’ alla Joan Baez, non fece nulla di memorabile. La versione successiva, registrata per la BBC con Sandy, prende i buoni spunti della prima cover e ne fa un pezzo delizioso. L’originale è semplice e intimista, la cover è più stratificata, arricchita da cori mai ingombranti. La voce di Joni (da giovane) era soprattutto cristallina e impossibilmente alta, mentre di Sandy risalta la speciale dolcezza. Le parole sono il ritratto, come molte altre della nostra cara canadese, di una situazione sentimentale spigolosa e difficile che, come spesso accade, pizzica molto bene tutte le mie corde.

Confesso che sapevo poco e nulla di Jackson C. Frank prima di sentire la cover di You Never Wanted Me cantata da Sandy Denny. Questa povera anima, la cui biografia più dettagliata con tutte le sfighe potete tranquillamente leggere su Wikipedia da voi, piacque a molti grandi ma si sciolse in un mare di disagi e malattie fisiche e mentali che gli resero impossibile fare una vera carriera musicale. Una parabola un po’ alla Syd Barrett, se vogliamo.
Ci sono certe canzoni che ti fanno capire che non importa quanta amarezza provi, perchè non sei la prima e non sarai l’ultima a stare così. Il che porta una sua consolazione, mentre leggo le belle – ma tristi – parole di addio a un amore andato male, velate di pessimismo e desiderio di chiusura ma anche di qualche vaga, incomprensibile speranza.

Senza nulla togliere all’autore e alla sua splendida voce, serviva una donna per dare spessore a lyrics del genere e Sandy passa da toni sussurrati e timidi ad accuse ferme e potenti che mi mettono addosso una frenesia di cantare a mia volta. Aggiungerei anche il lavoro di chitarra molto grazioso, che impreziosice l’originale vagamente dylaniano.

Una fetta importante delle incisioni di Sandy Denny sono re-interpretazioni di canti tradizionali inglesi ed irlandesi, le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Il bello di questi canti è che ogni interpretazione è a suo modo una cover, ed anche il fatto che sono un casino da catalogare, non hanno quasi mai un testo definito e mantengono solo un canovaccio di melodia liberamente interpretabile. Per dire, non saprei dire con certezza se questa canzone di cui sono innamorata si chiamasse in origine Green Grow the Lilacs, Green Grow the Laurels o Once I Had a Sweetheart. Di sòla amorosa in ogni caso si tratta, tanto per cambiare, con invocazioni più o meno disperate a seconda della versione. Tra le mie preferite, quella immancabile che Joan Baez portava in concerto con la sua voce rigorosa e liricheggiante e che mi ha accompagnata per tutta l’infanzia. Nel corso delle mie esplorazioni, ho amato molto anche quella che i Pentangle incisero in Basket of Light nel ’69, con l’angelica Jacqui McSchee e il geniale arrangiamento orientaleggiante di John Renbourn e Bert Jansch. Completamente per caso e abbastanza di recente, ho invece scoperto la versione di Sandy Denny. La qualità della registrazione è purtroppo penosa, l’accompagnamento di chitarra a dir poco spartano e la voce… la voce è da pelle d’oca, con acuti meravigliosi che ti fanno venire da socchiudere gli occhi e sorridere con aria goduriosa come in uno spot dello Yogurt Muller. Specie quando senti lo scroscio finale di applausi e ti accorgi che – cielo – era persino un live.

Un altro esperimento interessante lo troviamo nel già citato Liege and Lief. Farewell Farewell riprende pari pari la melodia del tradizionale scozzese Willy O’Winsbury (consigliasi la versione dei soliti Pentangle in Solomon’s Seal) e rimpiazza completamente le lyrics, che in origine raccontavano la storia vecchia più di duecento anni in cui il re non fa impiccare colui che gli ha ingallato la figlia mentre era via semplicemente perchè il ragazzo è un figo tale che il re vorrebbe quasi quasi esser donna. True story. Per me è stato buffo scoprire prima la “cover” dell’originale e domandarmi, come i fan di Glee fanno oggi, perchè quel traditional centenario stesse copiando una canzone degli anni ’60. Farewell farewell, inoltre, è un ottimo titolo per chiudere questo post sfuggito di mano e andare a rimuginare in disparte essendomi accorta, cover o non cover, di avervi suggerito canzoni che parlano invariabilmente di acredine, delusioni e addii. Ma vi giuro che lo fanno davvero alla grande.

Alla ricerca del playtime perduto

Pubblicato da shulypoo in 26 febbraio 2012
Posted in: games, gli affari miei, lesbica part-time, ricordi, riflessioni, sentimenti. Tagged: final fantasy XI, gaming, relazioni. 2 commenti

Anni fa non stavo attraversando un periodo proprio grandioso. Avevo ventidue anni e un po’ di cacca decise di piovere sulla mia testa e su quella delle persone a me vicine. Un bel po’ di cacca. Troppa per la mia età, troppa comunque per me. E a quel punto il mio raziocinio si prese una lunga vacanza. Durante il blackout, nel corso del quale riuscii persino a laurearmi (questo è indicativo) diventai il mio personaggio di Final Fantasy XI. In effetti Shulypoo è il suo nickname, più che il mio.

FFXI è un mmorpg della Square Enix ormai antico ma ancora frequentato ed è un time sink di proporzioni epiche. Roba che WoW gli fa una pippa, per dire (e parlo, ahimé, avendo conosciuto entrambi i mondi).

Lo scopo del gioco è non finirlo mai: una carota eterna sventolata davanti a masse di gente vegetalizzata che, loggandosi, sa già che non riuscirà a concludere nulla di senso compiuto in meno di tre ore. Io passai lì tre anni. Quasi integralmente, a volte con “turni” di più di dieci ore. Mentre la cacca là fuori cadeva e veniva lavata via, io sono stata un essere umano a metà che viveva su fusi orari e bioritmi non terrestri. Con obiettivi virtuali sempre nuovi, molti traguardi non semplici ma facili da raggiungere. Se arriva un nemico lo friggi, se un amico sta male lo curi. Se qualcuno muore, lo risorgi con uno spell. Amavo soprattutto quella parte, infatti favorivo le classi healer, anche se raggiunsi il level cap non con una ma con cinque classi. Che in termini di costo temporale è un’oscenità non quantificabile. In compagnia di altri lobotomizzati come me, ognuno arrivato lì per chissà quali suoi cazzi.

Nel corso di questo strano sonno della ragione mi capitò di infilarmi in sotto-mondi reali, in quanto fisicamente collocabili su una mappa del globo, ma in effetti ancora più surreali. Devo a FFXI la parentesi esistenziale in cui rischiai di diventare una Real Housewife of Nashville dopo essere salita su un volo intercontinentale per vedere uno sconosciuto. O lo strambo periodo di self-hating in cui facevo da pendolare del sesso con la mia autostima che prendeva il largo.

Non so se arriverei a definirla una dipendenza grave come quella da sostanze ma, qualunque cosa fosse, mi ha tenuta praticamente prigioniera per una fetta non piccola di quelli che di solito passano per gli anni migliori. Quando uscivo di casa per davvero, per andare all’università o coltivare la mia esigua vita sociale di fuori sede, mi sentivo stupidamente fuori posto. Senza la protezione dei buff, senza il mio equip, senza tutti quei trofei virtuali che potevo esibire su Vana’diel, che dicevano qualcosa di buono su di me senza che avessi bisogno di parlare e farmi conoscere da zero. La cosa buffa è che guardavo a me stessa con disappunto anche allora, ben conscia delle stronzate che facevo, ma persistevo.

Quando ho deciso di dare un taglio a tutte le follie, tornare dall’America e cercarmi un lavoro (l’inizio di un altro viaggio agli Inferi, ma mica lo sapevo!), riuscii ad essere abbastanza pragmatica da dare un taglio anche al gioco. Perchè non potevo fare due lavori full time insieme, in sostanza. FFXI esiste ancora e mi capita ogni tanto di fare un salto sui vecchi forum di alienati a osservare chi sta ancora cincischiando là dentro. Con approccio antropologico, più che giudicamentoso.

Quel che è strano, più che altro, è come a distanza di anni io conservi ancora tutto questo plico di ricordi virtuali di luoghi virtuali, fatto anche di musiche ed effetti sonori. Questi strani ricordi hanno quasi una loro fisicità.

Nell’irrealtà che accomuna per definizione tutti i ricordi, arrivo a provare sentimenti simili non proprio alla nostalgia, ma a qualcosa di limitrofo. Perchè in fondo sono parte del mio bagaglio e non sono nemmeno la parte più pesante, quella che rischia davvero di trascinarmi giù se abbasso la guardia.

Nella classifica del tempo perduto, insomma, metterei una tacca più in alto quei due annetti e spicci che ho buttato, e che ancora sconto, in una relazione che in quanto a virtualità batte ogni gioco online. Un rapporto solo ipotetico, fatto non di conoscenza reciproca ma di proiezione di immagini ancora più irreali di un personaggio fatto di pixel. E quando da una cosa non reale ti aspetti cose reali come un po’ di umano riguardo e decenza, o forse tracce di coerenza, lì fallisci miseramente. Qualcosa di concreto c’è, ma è solo la ricorrente sensazione che il mio cuore sia stato sostituito da un fac-simile, dopo che quello vero è stato tritato in una schiacciasassi e danneggiato in modo forse irreversibile. E poi di notte la mia mente spalanca tutte quelle valigie di pensieri che fatico a tener chiuse già da sveglia e c’è una lunga scia di incubi con cui il mio subconscio si premura di occupare anche le ore di riposo, incubi assai peggiori degli strani sogni che facevo da gamer, quando in basso a destra vedevo la barra della vita.

Il sunto, credo, è che può succedere a tutti. Saltano due cavetti, vuoi per eccesso di dolore o per la convinzione di essere innamorate, e zac: il cervello si spegne e navighi a vista, una perfetta imbecille persa in una latrina del tempo.

Per rimediare a tutto il tempo buttato che nessuno mi darà indietro, mi meriterei di compiere di nuovo almeno ventinove anni invece di trenta. Ma facciamo che mi limito a cercare di evitare altri danni. Sinchè reggono i cavetti.

I am the egg-woman

Pubblicato da shulypoo in 24 febbraio 2012
Posted in: genova, gli affari miei, in giro, sentimenti. Tagged: genova. 2 commenti

In filiale a volte i clienti ci portano i regalini più disparati, anche se il record lo detiene una collega/amica a cui hanno fatto dono di una piccola bara di legno con portachiavi (che forse presa nel giusto contesto, cioè il fatto che il cliente era una ditta di pompe funebri, secondo me è ancora più ilare). Io devo avere un’aria malnutrita, perchè spesso e volentieri mi allungano caramelline e cioccolatini mentre una volta ho pure avuto un chilo di caffè (non ebbi il cuore di spiegare che non ho mai bevuto un caffè in vita mia). Oggi è passato l’omino delle uova, che fa la sua operazioncina e poi ci molla tre dozzine di uova fresche. Tra cui le mitiche uova bianche che usano in America e che infogno sempre per me. Talvolta nel cassetto con le banconote.

Mi sono incartata la mia dozzina nascondendomi dietro la contasoldi e poi sono uscita col mio cartoccio avvolto in un foglio del Sole.

Ho avuto un momento gumpiano e invece di aspettare il bus in compagnia del solito vecchietto che bercia improperi alla mia direzione ho iniziato a camminare per tutta la Valbisagno sino a Brignole. Cinque chilometri con in mano una dozzina di uova. Chilometri di casermoni e squallore di periferia, poi il nostro bel cimitero che contiene più genovesi morti di quanti non ne abbia la città in vita, l’orrido stadio che vede le ben magre gesta delle nostre due mediocri squadre di calcio, le solite piacevoli strade di Genova con pendenza 25%.

Sono arrivata spettinata, sudacchiata, con le mie uova miracolosamente intatte e sorpresa, ancora una volta, di non essere riuscita a seminare quegli orribili pensieracci che stanno negli angoli del mio cervello, come ragni in attesa. Dovevo camminare più veloce. Forse facevo prima a prendere il bus.

Per oggi va che almeno riesco a farmi una frittata.
A fare frittate nella vita son bravissima.

Take This – Confessioni di un’adolescente degli anni ’90

Pubblicato da shulypoo in 19 febbraio 2012
Posted in: genki moments, musica, ricordi. Tagged: anni 90, musica, ricordi, take that. 5 commenti

Da un certo misterioso punto della vita in poi cominciano a fioccarti addosso piccole verità che ti fanno piano piano sentire sempre più vecchia. L’espressione “vent’anni fa”, per dire, sta cominciando a fare capolino un po’ troppo spesso nel mio parlare quotidiano. Vent’anni fa non solo parlavo e camminavo e avevo quasi una licenza di scuola elementare, ma avevo opinioni e pessimi gusti musicali al di fuori di quelli sacri impartiti dai genitori. Del resto era il ’92 e il convento non passava poi molto di buono. In questa povera offerta, tra l’altro, usciva Hanno Ucciso L’Uomo Ragno, che ha appunto festeggiato i suoi primi vent’anni qualche giorno fa.

Farò coming out: me lo feci comprare. Me lo feci comprare e imparai a memoria tutti quei testi strani, roba un po’ più da grandi. Qualche tempo dopo entrai in possesso anche di Nord Sud Ovest Est, che visse nel mio walkman per un periodo immeritatamente lungo. Su line come “un body a balconcino che ti tiene su/un seno che così non si era mai visto prima” cacciavo risolini imbarazzati e infilavo la testa tra i cuscini (la reazione si è riproposta identica 5 minuti fa, quando ho riguardato il video di Sei Un Mito su YouTube, anche se l’imbarazzo era diversamente fondato). Dai gente, ognuno ha ricordi che preferirebbe non avere.
Poco dopo, la pubertà avvenne e proruppero i Queen nella mia vita, momento da cui iniziò il generale maturare delle mie preferenze musicali verso la raffinata (e modesta) rockettara che divenni e restai. Con un’unica, colpevole eccezione. Che a volte vorrei rinnegare, se non fosse che mi piacciono ancora e – temo – non in modo esclusivamente ironico.

Negli anni ’90 era tutto Dance un po’ inquietante e tanto Pop. Sul versante personale, ancora ascoltavo le canzoni de La Sirenetta e La Bella e La Bestia (che so ancora performare con credibilissima voce Disney). Quando esplosero le boy band, scoprii insieme i miei ormoni e i Take That. Posso dire in mia difesa che furono gli unici e che limitarmi fu reso facile dal fatto che le altre boy band erano composte da cessi.

Le boy band venivano assemblate secondo una logica voltroniana (il cui schema base è leader-vice-tenebroso outsider-la donna-il bambino anche se in pratica i ruoli sono spesso sovrapposti), per dare a ogni sezione di pischelle sbavanti la loro quota di materiale. I Take That erano cinque ragazzi per lo più di Manchester che parlavano con un accento incomprensibile e zompavano sul palco in coreografie ardite, al suono di musichette incredibilmente catchy. Il leader era leggermente paffutello e cantava quasi tutto mentre i due più anziani erano alti, muscolosi, vagamente laidi e delegati quasi esclusivamente agli zompamenti on-stage. Oltre ai ballerini c’era pure il nano, l’adorabile nano con gli adorabili tagli di capelli e gli occhioni sbrodolosi. E poi c’era Robbie, che tutti conosciamo per gli ultimi 15 anni di luminosa carriera solista e che era spiccatamente il mio preferito. All’epoca era quasi un pupo, pur con otto enormi anni di differenza con la sottoscritta, ed aveva un frangettone meraviglioso che – consciamente o inconsciamente – ho cercato e tuttora cerco di perseguire nei fidanzati. A volte offrendo consigli falsi ed ipocriti sul look.

Con tipica logica adolescenziale, ritenevo che l’unico serio ostacolo tra me e una notte di imprecisato amore con uno di loro fosse la mia giovine età e per questo pativo e sospiravo, già frustrata sessualmente a 12 anni. Parliamo comunque di tempi in cui ero anche innamorata persa di Roger Taylor, allora quarantacinquenne, e applicavo la logica delle età in modi ancora più fantasiosi, retroattivi e fantascientifici. Diamine, eran tempi in cui ero ancora capace di innamorarmi dei personaggi degli anime, se vogliamo dirla tutta. Perche parlo al passato?

Dunque facevo pensierini un po’ zozzi sui Take That, senza peraltro possedere le competenze tecniche ed anatomiche per svilupparli, ma come darmi torto? Anche a guardarli ora, forse soprattutto a guardarli ora, quei cinque giovanotti non vendevano solo discreta pop-music e simpatia britannica, ma anche sesso pre-incartato a un pubblico di ragazzine quasi uniformemente vergini e ragazzini confusi. Le modalità erano innegabilmente anni ’90, quindi troviamo nel loro repertorio maglie a rete e pantaloni con fettucce volanti, struggimenti in mutande su spiagge esotiche, perizomi di catene e break dance in calzini. Il loro video di Back for Good è composto quasi interamente da gente che si toglie e mette la giacca mentre danza sotto una ramata d’acqua (in slow motion) ed era uno dei migliori. Ma il dono della retrospettiva viene per definizione più tardi e io, come altre miriadi di ragazzine, mi abbandonai alle fantasticherie in una curiosissima convivenza di questa stranezza con il mio amore più ufficiale e presentabile per i Queen, quelli che facevano vera musica.

Sexy in the '90s

Sexy in the '90s

Fu durante un giorno di terza media che i malandrini decisero di sciogliersi e quel giorno dichiarai sciopero. Almeno dai compiti di educazione artistica, anche se ebbi l’accortezza di spiegare all’insegnante le mie ottime motivazioni. Si chiudeva una breve ma gloriosa era di acquisti compulsivi di vhs, di rewind e still frames ossessivi, ma soprattutto di fantasie esileranti, di pene d’amore virtuali, di tragedie su un taglio di capelli sbagliato di uno dei cinque, di balletti in salotto e di consistente esaurimento della pazienza di mia madre, che ormai aveva un nomignolo per ciascuno di loro e mi guardò mentre piangevo disperata davanti alla loro ultima esibizione live a Sanremo, probabilmente certa che le avessero scambiato la bambina nella culla. Con lo scioglimento dei Take That finì la fase germinale della mia adolescenza, quella più allegra e buffa e ridicola. Di lì a poco sarebbe iniziata l’ansia del liceo, mi sarei immusonita e avrei conosciuto Ok Computer, momento da cui la mia vita – da un punto di vista strettamente musicale – avrebbe imboccato la retta via senza più sgarrare.

Musica a parte, la vita mi regala ancora occasionalmente delle cottone da bambina come quelle che ebbi a dodici anni e persino adesso a volte mi perdo in amori virtuali con persone famose impossibili che, al contrario degli amori possibili con persone reali, mi rendono allegra e scema e appagata solo dal mio frivolo sentimento. Quando queste storielle finte finiscono non mi lasciano suicida e svuotata come quelle vere e posso ricordarle con qualcosa di simile all’affetto. Anche se l’ho tenuto ben nascosto, quindi, ho fatto più di un risolino compiaciuto quando i Take That si sono riuniti qualche anno fa e mio malgrado ho trovato le loro nuove canzoncine più catchy che mai. La bimba che vive ancora in me ha visto coronato un sogno vecchio quindici anni quando Robbie è tornato con loro: vederli di nuovo insieme, tutti a cavallo dei quaranta ma ancora carini e zompettanti, mi ha dato un piacevole senso di continuità. Mentre scribacchiavo questo post mi sono fatta una serata di amarcord su YouTube, stesa a pancia in giù sul letto sgambettando al ritmo delle vecchie (come questa) e delle nuove canzoni (come quest’altra). E insomma, credo di essermi sputtanata abbastanza per quest’anno.

I Take That resteranno quindi una sorta di x-file nel mio curriculum e probabilmente servono già per datare la mia nascita in modo più accurato del carbonio 14 (feature crescentemente indesiderabile), ma al tempo stesso custodiscono – e sanno riportare in vita in un attimo – una personcina sciocchina e allegra che sono stata tanti anni fa e che più che mai adesso mi serve tirare fuori dal cassetto ogni tanto.

In ogni caso è bene che la smetta di scusarmi per questi gusti poco ortodossi, poichè ho appena realizzato che voi, invece, avete guardato Sanremo.

There’s no stopping meeeee…..

Pubblicato da shulypoo in 11 febbraio 2012
Posted in: cose buffe, gli affari miei, guida. Lascia un commento

Cantare Don’t Stop Me Now a squarciagola facendosi anche i coretti, accostare un secondo l’auto per scaricare la spesa sotto al portone, tornare per il secondo carico e realizzare che la Panda infernale si è stoppata eccome, con la batteria defunta e oramai solo un ironico tic tic al posto delle quattro frecce diventate fioche come la torcia meccanica del Mulino Bianco.

Essere proditoriamente convinte a far scendere la Panda spenta e buia giù per la via sperando in un jump start e realizzare che non solo il motore è perfettamente indifferente ai tentativi di rianimarlo, ma che il freno è bloccato e l’amabile vettura ora non intende fermarsi davvero. Tirare il freno a mano e iniziare a ululare disperati bestemmioni che hanno fatto affacciare il vicinato.

Niente, son piccoli momenti lieti che cominciavano a mancarmi, non guidando più tutti i giorni… e oltretutto ti fanno riscoprire una certa fiducia per l’umanità, per una ragazza che si è messa a fare il triangolo d’emergenza umano con notevole coraggio e il suo ragazzo, che ha aiutato il mio a spostare la malvagia vettura in sicurezza, mentre io fuggivo nella notte a recuperare pezzi della mia spesa sparsa per la strada.

E tu, piccola merda infame e traditrice col tuo senso dell’umorismo perverso, tu lunedì ti becchi una batteria nuova giù per il cofano.

¿Problema?

Per rinfrancar lo spirito tra un assegno e l’altro

Pubblicato da shulypoo in 7 febbraio 2012
Posted in: cose di banca, libri. 2 commenti

Riproduzione semi-accurata

Quando voglio riassumere come percepisco la mia immagine di bancaria che sorride allo sportello, l’immagine più ricca che mi viene in mente è questo fotogrammino di Nemo. Io sono la lucetta simpatica, Nemo e Dory sono i clienti e il mostro abissale alle mie spalle è il colosso bancario. Almeno se voglio pensarla in termini vignettistici e secondo una vulgata assai popolare che dipinge le banche come il Nemico. Per un ovvio conflitto di interessi (è grazie a una banca se la mia  famiglia ha avuto da mangiare negli ulimi 30 anni), mi è impossibile essere dello stesso avviso, anche se certo è una visione di cui capisco le ragioni e tanto più in questo climino politico ed economico.

Anche se non vedo davvero i clienti come dei gonzi che abboccano a qualunque cosa né vedo le banche come viscide creature ingorde dalle enormi fauci, è vero che al momento mi sento davvero una stupida lucetta sorridente, una parte piccola e semplice (ma tanto gentile!) di un ingranaggio enorme di cui posso solo cogliere la vastità senza capirne le complessità. Sapere di non sapere sarà anche una posizione preferibile alla semplice ignoranza, ma non è meno frustrante, specie quando si è circondati da ragionieri e geometri. Nulla contro la categoria, ma la loro competenza pratica pare inversamente proporzionale alla capacità (o voglia) di insegnarla a piccole neofite curiose che hanno passato l’adolescenza a tradurre versioni, gli anni universitari a masturbarsi il cervello e l’ultimo lustro a far sembrare fighi dei cosmetici da discount [chissà perchè non ho mai formulato il mio cv esattamente in questi termini...].

Che si tratti di performare il cunnilingus perfetto o di tradurre epigrammi in endecasillabi, che si tratti di capire come si fa una Key Lime Pie o la morfologia dei pachidermi, pur di non sentirmi una niubba totale sono in grado di interessarmi a qualunque cosa.

*glom*

Non diventerò all’improvviso una bocconiana, ma a furia di colarmi queste letture nel cervello la mia espressione media al lavoro dovrà necessariamente cambiare da una di perenne stupore ad almeno una falsa sicumera. Per Dio, magari Il Sole 24 Ore smetterà di sembrarmi comprensibile come un quotidiano nipponico [nota: esiste effettivamente un libro dedicato solo a come si legge Il Sole]. Quello, o la mia confusione mentale diventerà completa e probabilmente pericolosa.

Ciò che invece non saprò mai, in compenso, sarà il nome del genio di Feltrinelli che ha messo Economia ed Esoterismo in scaffali dirimpettai.

Posts navigation

← Voci più vecchie
  • Archivi

    • aprile 2012
    • marzo 2012
    • febbraio 2012
    • dicembre 2011
    • aprile 2011
    • marzo 2011
    • ottobre 2010
    • luglio 2010
    • giugno 2010
    • maggio 2010
    • aprile 2010
    • marzo 2010
    • febbraio 2010
    • gennaio 2010
    • dicembre 2009
    • novembre 2009
    • ottobre 2009
    • settembre 2009
    • agosto 2009
    • luglio 2009
    • giugno 2009
    • maggio 2009
    • aprile 2009
    • marzo 2009
    • febbraio 2009
    • gennaio 2009
    • dicembre 2008
    • novembre 2008
    • ottobre 2008
    • settembre 2008
    • agosto 2008
    • luglio 2008
    • giugno 2008
    • maggio 2008
    • aprile 2008
    • marzo 2008
    • febbraio 2008
    • gennaio 2008
    • dicembre 2007
    • novembre 2007
    • ottobre 2007
    • settembre 2007
    • agosto 2007
    • luglio 2007
    • giugno 2007
    • maggio 2007
    • aprile 2007
    • marzo 2007
  • Feedjit

  • Blogroll

    • Bapho-Mouse
    • frankennancy
    • βuoni presagi
    • Penelopebasta
    • Saloni senza Eroi
    • Tumblera part-time
    • Violascintilla
Blog su WordPress.com. Tema: Parament by Automattic.
Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Powered by WordPress.com