Il primo sito web che cercai di aprire con il mio nuovissimo modem 33.6k (uno di quelli che producevano quell’orrida serie di fischi e rantoli) fu titanicmovie.com. Era la fine del 1997, io avevo quindici anni e dovevo finire di leggere un noioso e deprimente romanzo breve di Verga per i miei compiti delle vacanze natalizie. Il problema era un innamoramento virale per Leonardo Di Caprio, epidemia ben nota a metà degli anni ’90, che ogni due pagine portava la mia mente su lidi lontani, ad assaporare il momento in cui avrei potuto guardare Titanic in sala. Per giunta, appunto, avevo finalmente la connessione anche a casa e persino nella sua versione arcaica la rete era già una valanga di materiale lì pronto per essere trovato. Tutto remava contro il povero Verga.
Titanic era il film più costoso prodotto sino ad allora, analogamente allo sfortunato translatlantico. James Cameron (insieme a Peter Jackson, per me) rappresenta l’archetipo di regista completamente folle e ossessivo, un tipo strano di genio in grado di partorire poche creature uniche che segnano epoche e definiscono generi. Per girare Titanic, per dire, Cameron non trovò di meglio da fare che fiondarsi personalmente sul fondo dell’Atlantico per farci vedere il relitto. Fece recitare i suoi attori nell’acqua gelida, ricostruì con cura morbosa un micromondo galleggiante di quasi un secolo prima. Il film fu un successo annunciato sui cui meriti tecnici e artistici si potrebbe parlare molto a lungo e lanciò due giovani e bravissimi attori dritti verso la stardom assoluta. Ci fece innamorare di loro, tanto che li guardiamo ancora con l’affetto con cui si guardano delle vecchie fiamme. Ci fece restare a bocca aperta dalla meraviglia e ci fece piangere come vitelli.
In qualche modo, però, Titanic riuscì a trascendere persino la sua natura di blockbuster osannato agli Oscar per diventare fenomeno di costume che poche mie coetanee non ricorderanno con un po’ di nostalgia. Si faceva a gara per vedere Titanic. E per ri-vederlo. E ri-rivederlo. Persino io, adolescente notoriamente posata, mi spinsi a ben quattro visioni, senza mai lasciare il cinema in uno stato che non fosse umidiccio, pietoso e felice. Il mio interesse per il Titanic (e per i disastri in generale) era di molto precedente al film, ma certo non fu quello a spingermi a spendere le mie settemila lire all’Augustus tutte quelle volte.
Prima farci vedere Leo, Cameron ci aveva tenute sulla corda per quasi una mezz’ora e la prima immagine che avemmo di lui fu un flash di primo piano dei suoi occhi. Un secondo scarso. L’intera sala sospirò all’unisono. Trascorsi ogni minuto del suo screen time senza osare battere le palpebre, per assorbirne e ricordarne quanto più potevo. Non avevo mai avuto un fidanzato e nemmeno avevo dato il primo bacio: lì per lì mi sembrò una cosa approssimabile al vero amore. Quando non guardavo Titanic ascoltavo la colonna sonora cercando di inscenare il film nella mia testa, di ricordare quali parti fossero associate a quale musica e struggendomi in lacrimucce nella mia stanza coperta di poster. Mi costringevo compulsivamente persino a reggere il video di My Heart Will Go On quando passava su MTV, nonostante l’inopportuna ma episodica presenza di Celine Dion. Quando mamma mi lasciava accendere la connessione, investivo una mezz’ora per scaricare piccole .jpeg del mio adorato e stamparle con la stampante ad aghi.
Questo accadeva circa quattordici anni fa e, anche se allora non l’avrei pensato, anche quel periodo finì. La mia passione decantò, si adagiò sul fondo dell’oceano e si coprì di coralli e pesciolini. In quegli anni anche i pochi ultimi sopravvissuti al naufragio morirono, persino Gloria Stuart, la vecchia Rose, ci lasciò alla veneranda età di cento anni. Leo e Kate maturarono e recitarono in un bel film dietro l’altro (uno persino insieme), Titanic e la sua storia entrarono nella costellazione dei Grandi Cazzo di Classici del Cinema ™ e io mi limitai a guardarne almeno 10 minuti ogni volta che passava in tv. Religiosamente.
Senza manco accorgercene, siamo arrivati al 2012. Cento anni fa esatti, il Titanic era in rotta verso New York e verso la sua ben nota fine. Con notevole e azzeccatissima mossa paracula, Titanic è uscito di nuovo in sala. In 3D, come si addice a questi tempi. E io non ho potuto esimermi dal commemorare con una donazione di dieci sanguinosi euri per godermi le familiari tre ore e un quarto in una versione super super a fuoco. Come è partito il primo fotogramma mi sono trovata le prime lacrimucce nascoste dagli occhialoni 3d, come se un antico meccanismo ancora funzionante fosse stato messo di nuovo in funzione da una formula magica. Sul primo piano degli occhi ho cercato di sospirare in silenzio per darmi un tono (approfittavo dei momenti rumorosi del film per tirare su col naso), mentre una cricca di ragazzine dietro di me ha squittito prima in anticipazione e poi di pura gioia. Ragazzette che quando Titanic è stato girato andavano all’asilo se va bene. Il culto si è trasmesso alla generazione successiva.
Come ogni volta, le tre ore e rotti di film scivolano addosso senza mai stancare o indurre brevi appisolamenti. Persino di sera dopo una settimana di lavoro e dopo tutte quelle visioni. Sono riuscita ancora a sperare sino all’ultimo che la nave riuscisse a schivare l’iceberg, che Leo non si trasformasse in un Calippo e trovasse invece un cantuccio per galleggiare all’asciutto, che la vecchia pazza non gettasse il diamante fuori bordo trollando in grande stile il povero Bill Paxton.
Su Titanic si sono fatti tutti i generi di discorsi denigratori: un film tutto effetti speciali, con una sceneggiatura debole, recitazioni non eccelse (“o avrebbero dato l’Oscar a qualcuno!”) e in ultima analisi senza un’anima. Al che mi sento di confermare, dall’alto del mio maturato senso critico, lo stesso “ma vaffanculo” che avevo da dare in risposta a quindici anni. Il fatto che si tratti di un film tecnicamente eccelso e all’avanguardia, a mio avviso, ha forse oscurato il fatto che anima e cuore – e malsana ossessione – sono proprio gli ingredienti base da cui è nato Titanic. Persino la storia d’amore, che alcuni trovarono banale e pretestuosa, mi piace più che mai adesso che ho un po’ di history sentimentale personale in saccoccia e non sono costantemente distratta dagli occhi celesti di lui. Capisco le passioni veloci e intense, e capisco l’impronta che ti lasciano per sempre, capisco l’innamorarsi dell’idea che una singola persona possa salvarti da tutto e da tutti e cambiare il corso della tua vita.
Ora che più o meno parlo la lingua dei grandi, quest’ultima visione è stata forse la migliore di tutte, anche se resta il dubbio di aver non tanto celebrato il centenario del naufragio, quanto di aver compiuto volontariamente un passo nel mio stesso passato, trovandoci intatte le stesse emozioni ingenue di quando ero una ragazzina.
Con un certo cruccio, l’adulta in me mi ha proibito di urlacchiare “Vacca, sulla porta ci stavate tutti e due!”, un grido liberatorio che ho tenuto represso per circa metà della mia vita. Ma magari me lo salvo per la prossima visione. Che per quanto ne so potrebbe essere domani.











